Non si può conoscere il/la fine di ciò
che cominciamo. Eppure non inizieremmo mai se già da sempre non
avessimo all'orizzonte il/la fine di ciò che iniziamo a fare.
L'inizio è sempre una frattura, la fine sempre, in una certa misura,
in-finitamente irraggiungibile.
Il postdelvenerdì è la frattura che
segna l'inizio del deferimento della fine di un week-end.
Ci si può
ragionevolmente attendere alcune cose dal futuro ma ciò che
veramente si aspetta è l'evento, proprio ciò che non è possibile
aspettar-si. La scrittura rende possibile questa attesa perché i
nomi fanno spazio a ciò che è impossibile attendere: amore,
felicità, tu.
Non so cosa aspettarmi da questo
week-end ma se sarà come i Light Asylum
allora sicuramente sarà
dark, acido e estremamente glow-fi.
I Keep Shelly in Athens sono in giro da un paio di anni e hanno messo fuori due EP e alcuni remix. Apparentemente
vengono dalla Grecia e più evidentemente sono in due. La cosa eclatante da registrare però è la mia quasi totale mancanza di attenzione per loro. Imperdonabile. Così, come contrappasso, in questi giorni sono a nastro sul lettore, sia In Love with Dusk, sia Our Own Dream, uscito un paio di mesi fa per Forest Family, molto Forest Family (Gauntlet Hair, Sleep ∞ Over, Cults).
C'è del Chill Out anni Novanta nel loro dna -- Lamb, Nightmare on Wax, Boards of Canada sono i nomi che salgono per primi sulla punta della lingua -- ma con in più una vena acida e disco-malinconica che li colloca decisamente nel nostro tempo. Una spanna sopra alla marmaglia Chill Wave che circola ultimamente per originalità, concretezza e carattere, forse solo i Purity Ring, se e quando usciranno con un disco, potrebbero fargli il culo.
E allora è arrivata la domenica dopo i fasti del w-end: qualcuno ne sarà uscito col cagotto per troppe castagne e troppo vino (mai successo a San Martino? ...gente di città...), qualcuno avrà fatto casino sotto il Quirinale tutta la notte (era proprio necessario?); io personalmente ho dormito, ho mangiato e ho bloggato (e ti pare poco...). Qualunque cosa sia successo, è il momento del ripiglio sotto il piumone; spingo play, alzo un ticchio e mi godo Lazy Noon:
Poi guardo la copertina di Our Own Dream, chiudo gli occhi e parte il pezzo omonimo:
Proprio un bel dream...
Chi ne volesse ascoltare un'altra bellissima -- DIY -- può andare a trovare Gorilla VsBear oppure fare una capatina su Spinner per ascoltare in streaming l'intero album in anteprima.
Ecco redivivo Ilpostdelvenerdì anche se forse dovrebbe cambiare nome visto che
arriva sempre il sabato. Per quanto me ne frega della
puntualità dell'unica rubrica di questo blog, è lo spirito del Postdelvenerdì che conta. E
infatti per questo giro Ilpostdelvenerdì ospita un pezzo –
non posso credere che lo stia facendo davvero – veramente,
veramente dancereccio. Non parlo di un dancereccio IDM, quel
geniale patacchino musicale dietro al quale orde di nerds –
eccomi, ci sono anch'io! – si sono nascosti per poter entrare in
discoteca sotto copertura senza confessare a loro stessi la loro
anima tamarra, ma di un dancereccio veramente, veramente, pillaro.
(pillaro: agg.
qual., di basso profilo e/o di scarso spessore intellettuale e/o
culturale, zoro, tamarro. Es. Lo sticker che hai attaccato sul
tuo vespino è proprio pillaro. Uso
giovanile, centro-centro Italia, origine incerta)
Un po' come “la
pubblicità” (così la chiamavamo io e mia nonna nel centro-centro
Italia, ora si chiama junk mail) del discount o del kebbabaro
di quartiere che ti mettono nella noiosissima casella di posta non
virtuale, ho trovato un remix – e un brivido di raccapriccio corre
lungo la mia schiena al solo vedere la parola sullo schermo – di
Moves Like Jagger postato niente poco di meno
che da tal Hit Mechaniks
direttamente nella mia inbox di Soundcloud. Metto su il pezzo e in un attimo
la mia mente si inchioda al ricordo di estati adolescenziali passate
al bordo di un autoscontro. Quelle notti odoravano di talco
(prodigiosi effetti speciali dei giostrai maremmani) e merda di pony.
Nei miei occhi c'erano i riflessi della strobo e le tette delle tipe
strette nei toppini bianchi stile Non è la Rai, nelle
orecchie The Rhythm of the Night di Corona.
Come il fantasma
Dickensiano di A Christmas Carol (sì, quello del cartone di
Natale con Zio Paperone della Disney...perDianacacciatrice, se non bisogna sempre spingere tutto in basso...), Moves
Like Jagger mi ha riportato al bordo di quella
pista, di fronte al beat tamarro, alle vocine synthetizzate e a tutti
gli annessi e connessi della dance più anni 90 e ho realizzato –
scintillante epifania – che, al di là dell'"evoluzione” degli
stili e delle tendenze, lo spirito tamarro è ancora il cuore
pulsante di questa meravigliosa fanghiglia chiamata pop in cui ci
muoviamo ogni giorno e soprattutto che lo stesso spirito, in fondo in
fondo, è la scintilla che ancora mi fa muovere il culo all'interno
di capannoni di periferia male illuminati; cambia la musica ma
l'odore di talco e merda di pony lo sento ancora in fondo alla gola.
E allora, Shake your asses (like Jagger):
Il video della canzone originale non lo posto perché ancora vorrei conservare
un briciolo di rispetto nei confronti di me stesso; ne offrirò
invece una breve sinossi.
Si vede il dio
Mick Jagger in fillmati BBC d'antan, supergnocche che ballano tipo
cloni (pop-miracolo!) del dio suddetto, il tipo dei Maroon Five che
sballetta seminudo con la sua solita faccia da schiaffi ma in più
pieno di tatuaggi e Christina Aguilera molto gonfia. Dal video si
possono facilmente desumere anche le abitudini alimentari delle 2
suddette pop stars: il primo si è mangiato tutte le anfetamine, la
seconda tutto il cortisone. Da un punto di vista strettamente
teologico invece Mick Jagger è e rimane un dio nonostante Moves
Like Jagger.
Non è per dovere di cronaca (quello non sono tenuto a assolverlo perché nessuno mi paga) ma perché sinceramente penso che Apparat (+ Band) se le merita 2 righe dopo il concerto di ieri.
Avevo già delirato su Sascha Ring e il suo Devil's Walkqui e ici. Le buone sensazioni che mi avevano trasmesso il disco e il cambio di pelle di Apparat – dalla consolle alla chitarra, dall'elettronica all'indie – sono state confermate in pieno dalla performance live.
Apparat ha messo su una band “seria” e si sente. Grande coesione, un indie rock con un forte influsso elettronico (ma va?!) pulito, solido e originale al quale la voce di Ring aggiunge il giusto tocco di personalità e ne esalta la vena malinconica.
La cosa più bella di ieri sera: il piccolo folletto berlinese suona e si diverte e la sua serenità e positività sono contagiose. Voglio dire...se non vi è mai capitato di andare a sentire il concerto di qualcuno che magari stimate ma che suona tutto il tempo con un muso lungo come una Quaresima, si fa i cazzi suoi e non si caca di striscio il pubblico, beh bella per voi; a me è successo più di una volta ma non ieri sera. A conferma della passione che Apparat ci mette, il finale di concerto con le rese elettriche di un paio di pezzi di Walls regalate di cuore e assolutamente ben accolte.
La canzone preferita (per me): Candil De La Calle
La canzone preferita di Apparat (a sua detta): Black Water
Qui c'è una recensione (ovviamente molto meno fica della mia...scherzo Rock Shock...) del concerto di Apparat a Roma della scorsa settimana. La segnalo per le fotografie che danno un'idea dell'allestimento del palco a proposito del quale devo confessare: le romantiche lucine gialle su di me hanno avuto effetto, forse perchè mi hanno ricordato le candele dell'Unplugged dei Nirvana. Qui c'è la recensione di Pitchfork su Devil's Walk che non condividevo quasi per nulla un mese fa e che ora, dopo il concerto, condivido ancora meno...forse dovrei smettere di leggerle...
6.6? Un po' pochino forse...
9.1 a M83? Andiamo!
...No no no, davvero, penso che Hurry Up, We're Dreaming sia fichissimo...è solo che...va beh, lasciamo stare...
Al posto di questo post doveva esserci la recensione del concerto di Apparat. Invece, proprio Apparat ha prodotto questo post.
Per tutta la giornata di ieri e per tutto il concerto non potuto resistere agli echi deleuziani del nome d'arte di Sasha Ring è ho continuato a produrre associazioni su questa singolare coincidenza. Il risultato è questo post in cui cercherò di formulare un'ipotesi strategica che serva a affrontare l'empasse personale e esistenziale descritta nel post precedente.
Un apparato di cattura esteso, capillare e ipertrofico come quello che mi sono costruito in questi ultimi anni può essere molto potente e indubbiamente garantisce sicurezza perché si rivela un efficace strumento di dominio sul deserto. Può succedere però, come ho spiegato nel post precedente, che l'apparato di cattura entri in corto circuito: il mio apparato di cattura è cresciuto a tal punto da mettere fuori uso la macchina da guerra, sia da un punto di vista fisiologico (fuor di metafora il sovrallenamento ha provocato i danni al corpo con i quali sto facendo i conti), sia da un punto di vista esistenziale. E' proprio su quest'ultimo punto che si concentra la riflessione di questo post scaturita del tutto incidentalmente dalla presenza di Apparat a Bologna.
Nel mio caso infatti l'apparato di cattura ha striato in lungo e in largo il deserto tanto che ora che provo a percorrerlo, cercando nuove vie per la macchina da guerra nomade, mi ritrovo sempre sulle stesse strade e è proprio questo che continua a causare sofferenza. Devo invece spostarmi abbandonando una volta per tutte un apparato di cattura obeso e ormai obsoleto. Secondo questa prospettiva, non è la macchina da guerra a essere sconfitta (questo fin ora pensavo nei momenti di sconforto più profondo...a ben vedere la macchina da guerra non conosce sconfitta perché non conosce battaglie) piuttosto è l'apparato di cattura che va smantellato e rifondato. In altre parole è necessario per me articolare una nuova dialettica tra spazio liscio e spazio striato affinché la macchina da guerra possa riprendere il suo nomadismo.
Forse rileggendo questo post a distanza di tempo non sarò neanche più in grado di decifrare questa metafora, l'importante però è che l'ipotesi formulata sia chiara per me ora così da verificarla e, se si rivelerà un'ipotesi veramente produttiva, allora continuerà a avere senso – una molteplicità di sensi – anche a distanza di tempo. (dopo il salto continua il delirio...)
chi vuole
scrivere non vuole scrivere questa opera, questo romanzo, vuole
scrivere in generale, che è l’esperienza la più insensata e
strana, però credo anche la più profonda. [...] nel voler scrivere
in realtà c’è una specie di desiderio e di esperienza della
possibilità. Voler scrivere significa volersi rendere la vita
possibile.
Aporia: tracciare
la cancellazione di una traccia.
Questo blog è
nato come esperienza di possibilità, la possibilità di vivere
nonostante io sia rimasto improvvisamente a corto di senso o, se
volete, la possibilità di un senso a partire dalla
mancanza di senso.
Sono passati
ormai 6 mesi da quella stramaledetta domenica in cui una scossa
insopportabile dietro la gamba sinistra mi ha lasciato succube di un
cane rabbioso sempre attaccato letteralmente al culo. Prima che la
sciatalgia mi colpisse correvo 3 / 4 volte a settimana per un totale
di 35/40 km, andavo 3 volte in piscina per un totale di circa
7000/8000 metri, in bici 3 volte per 150/200 km; il
triathlon era il senso, quasi esclusivo, della mia esistenza. Di
colpo tutto ciò si è dovuto fermare; da un momento all'altro tutto
il senso che avevo cercato faticosamente di costruire è venuto a
mancare. Sono passati 6 mesi e ancora non sono tornato, né a
correre, né a salire in bici; l'unica attività – poca e
intermittente – che la mia schiena mi concede è la piscina e un
po' di attrezzi in palestra. Già perché, dopo un paio di mesi,
proprio quando il fuoco corrosivo della sciatalgia alla gamba
sinistra sembrava essersi spento (non senza avermi lasciato un
deficit di forza nell'estensione delle dita del piede e piccole
fiammate di parestesie allo stinco che continuano a tornare), la mia
schiena è entrata in corto circuito e sembra non volersi rimettere a
posto: gli episodi di lombosciatalgia continuano fino a oggi.
Non sto a dire
tutte le visite, gli esami, le diagnosi, le prognosi, le terapie.
Quando ti svegli e senti dieci spine infilate tra la schiena e il
culo e sai che rimarranno piante lì
per tutta
la tua giornata lavorativa e per tutto il resto della tua giornata,
che ti faranno rinunciare a quell'ora di palestra in cui speravi
almeno di fare quei 10 esercizi stupidi a carico 0 e che il
giorno dopo starai ancora più male, è difficile trovare un senso -
una molteplicità di sensi - per quanto mi stia sforzando. Il dolore è ciò che muove la ricerca di senso, ciò che anima il mio desiderio - scrivere, ma è anche la causa per cui non scrivo più: la mia condizione mi impedisce di trovare un senso oltre al senso. Non trovo più senso nel cercare
un senso nella musica, nei commenti a ciò che succede nel mondo, nel
raccontare come passo i miei fine settimana. In giro per la rete è
pieno di gente che blogga delle stesse cose e anche molto meglio di
me. Il mio senso era un altro, ora non mi è dato di viverlo e, più
passa il tempo, più si allontana la possibilità di tornare a
viverlo. Al suo posto il dolore fisico e l'immobilità che ne deriva.
Per questo non scrivo più: perché sto cercando un senso nel dolore,
che press'a poco è l'unica cosa che mi è rimasta vera, viva,
profonda. Ciò significa abbandonare tutte le speranze di guarire o
di stare meglio. Non vuol dire che non provo di tutto per star meglio
ma che devo immergermi completamente nella rassegnazione come il
cavaliere di Kierkegaard. L'unica via per vedere la luce è scavare
più a fondo nell'abisso. Ciò richiede una disciplina e una forza
oltre ogni limite – sicuramente oltre le mie capacità. Ogni
tanto forse, come ho appena fatto, tornerò a scrivere, non più per
render-mi la vita possibile, ma per scavare più a fondo
nell'impossibilità di vivere.
Su internet non c'è né spazio né tempo per riflettere:
se succede qualcosa devi vomitarla tutta subito altrimenti a te
passa la voglia di raccontarla dopo 48 ore mentre quei 4 che leggono
il tuo blog si sono rotti le palle già dopo 24. Così, anziché
sparare minchiate su tutta una serie di illuminazioni musicali e
esistenziali della scorsa settimana come avrei voluto fare, salto
subito alla fine.
Briciola 2 Gran polpetta avvelenata finale: roBOt festival 4, serata di chiusura
Il (nuovo) Link è una macchina da guerra
pensata per questo genere di eventi: megacapannone, un unico ambiente e un unico bar che si
trasforma ben presto in un tritacarne (sì, c'è anche una specie di soppalco ma non è sfruttato per un cazzo e
dopo una certa diventa un luogo triste triste per chi gli scappa da
limonare duro o da dormire, per non dire altro). Sabato scorso l'hangar era
pieno neanche dovesse arrivare l'Anticristo in persona e nel complesso direi che
si respirava una delirante quanto gioiosa atmosfera: tutti mediamente
fuori come culi, tutti presi mediamente bene, senza marcioni che
nella propria fattanza sentissero il bisogno irrefrenabile di rompere
i coglioni al prossimo travasando sull'altro la propria negatività
traboccante...non capita spesso...quindi gran seratone, niente da
dire tranne...tranne la musica ma questa è un'opinione personale e
credo assolutamente minoritaria tra gli avventori della serata di
sabato.
Ora, non vorrei passare per quello che sputa nel
piatto dove sballa e se vi chiedete chi era quel deficiente esaltato
attaccato alla transenna sotto il palco...beh smettete di
chiedervelo, tanto c'eravamo tutti e tutte sotto quella consolle.
Non posso però fare a meno di denunciare, ex post,
una certa povertà di concetti e una certa freddezza nella tech-house
da superclub. Certo che già lo sapevo. Sabato però ne ho avuto la
conferma lampante.
La storia è questa: chi come il sottoscritto ha
gettato alle ortiche tutti, o quasi, i voucher formativi che la vita offre
spendendoli in party illegali si ritrova in una serata come quella di
sabato a provare un certo imbarazzo. La prima cosa che fai è
fiondarti a cercare invano un cassone al quale aggrapparti
invece...prodigio: la musica c'è ma non si vede! Cerchi di
riprenderti dalla figura di merda che hai fatto con te stesso (e non
solo) e provi a essere cool ma ben presto ti rendi conto che
quel basso tondo tondo – obeso – non è proprio la pappa alla
quale sei stato abituato. Intendiamoci, non sono troppo schizzinoso:
bastano un paio di consumazioni per farmi andare giù anche la Macarena (c'era proprio bisogno di questo link?) se ho intenzione di divertirmi. Così mi ritrovo ben presto
a dimenarmi neanche fossi il capro sacro a Dioniso al cospetto di
mostri ancora più sacri della techno, gente che fino a ieri – ma
anche oggi – per me potrebbero essere i cugini bastardi di tua zia. Da Seth Troxler,
almeno all'inizio del set, ho sentito un paio di passaggi un po' più
breakkati e un po' di glitch qua e là ma per il resto la ricetta è
sempre quella – semplice ma efficace – da 30 anni a questa parte,
da Detroit a Berlino passando per Ibiza: accompagnare l'ascoltatore in alto lungo vortici
di suoni psichedelici più o meno vertiginosi per poi lanciarlo nel
vuoto del bassone obeso e tamarro testé menzionato. Boom boom boom,
tutti contenti fino all'alba in compagnia di quel mattacchione di Tobi Neumann.
Quando esco alle 7 di mattina non sono affatto sicuro di sapere
su quale pianeta mi trovo. Mi guardo intorno e vedo pupille ancora
grandi come quelle degli alieni di Area 51 (il primo link dovrebbe far ridere, il secondo è per fare pari con quello della Macarena...Oh no! Di nuovo!) allora mi ricordo perché
preferivo i party dove potevi fare il cazzo che ti pareva fino alle 4 del pomeriggio e avere tutto il tempo per riacchiapparti.
Non mi resta che tornare a casa a piedi accarezzato dal sole e dall'aria frizzantina del Pilastro: Exit Planet Dust (questo invece è solo nostalgia gratuita).
Post multiplo e riassuntivo
della settimana che si è appena chiusa in tutta la sua gloria
robotica. La doppia b nel titolo cristallizza l'abbondanza di robbe da bloggare a cominciare dai
tentativi più o meno riusciti di intossicazione alcolica e quelli
riuscitissimi di perdita di sonno, forma fisica, dignità e
credibilità agli occhi di amici, parenti + o – stretti, la
società in generale. Ma tutto questo è la norma in una settimana
del genere e quindi mi concentrerò sulle briciole che ho raccolto
in questi giorni lungo la via della ricerca del non-senso dell'esistenza nella vana
speranza di placare una fame inesauribile di significato...e con
questo il metaforone gratuito da 3 quintali l'abbiamo sganciato.
L'altra cosa da scaricare immediamante in queste prime righe è la
coscienza sporca per non essere stato a vedere SBTRKT ieri sera a Palazzo Re Enzo e così anche il
breve e triste capitolo su ciò che non ho fatto ma che avrei voluto
tanto fare si chiude.
Briciola 1: Elektronische Staubband
Il festival si è aperto in grande stile mercoledì sera al comunale. Fa sempre un
certo effetto assistere a un evento di musica del terzo
millennio in una cornice concepita per spettacoli e musica di 200
anni fa. Ci si sente fuori tempo e fuori luogo come un cappellaio
matto; è come contemplare Armageddon da una collina e dirsi tra sé
e sé «Merda!
È la fine del mondo,
siamo fottuti!» e
provare però un inspiegabile, insano e diabolico senso di
appagamento personale.
Yann Tiersen e il gioioso baraccone analogico dell'Elektronische Staubband hanno piacevolmente solleticato i miei neuroni all'ascolto, soprattutto per la prima
mezz'ora grazie ai toni electropop e kraut à la Kraftwerk. La
performance ha poi virato, più scontatamente, verso acque minimal e ambient. I passaggi con le vocine modulate stile James
Blake hanno fatto la loro porca figura, la camiciola grunge e i
capelli sudici del Sig. Tiersen un po' meno.
Dopo il teatro (wow! Fa
molto highbrow!) ho chiuso la serata al Bartleby (molto lowbrow e agit-prop!), un ameno
luogo di ritrovo – pardon, aggregazione sociale – di cui
forse parlerò nel prossimo post. Basterà dire per ora che in questa
circostanza ho sferrato un primo duro colpo al mio senso di
responsabilità intrattenendomi fino alle 2 di notte in un
infrasettimanale con ripercussioni disastrose sulla mia produttività
impiegatizia.
Oltre a Neon Indian con
il video di Polish Girl per la regia di Tim Nackashi, altri
musicartisti di recente hanno scelto il linguaggio del cyberpunk per
i loro clip; ecco dunque la mia mini-rassegna e la mia mini-riflessione.
Song of Los di Apparat mi
ha emozionato molto, fin dal primo ascolto, ancor prima di aver visto
il video dal gusto agrodolce di Saman Keshavarz. La canzone risalta
tra gli altri pezzi di Devil's Walk; un album che non ti
aspetti, molto cantanto, molto diverso (inferiore?) rispetto a Walls ma che ha i suoi momenti (vedi anche Candil de la Calle e Ash/Black Veil) nonostante l'amalgama
poco convincente. A tratti ricorda i Coldplay e, no, non è affatto un pregio per i miei standard! D'altra parte un artista che prova nuove strade, anche se a volte troppo pop-scivolose, per
me merita sempre attenzione quindi: respect per Apparat anche
soltanto per aver cambiato pelle.
Non poteva scegliere una
citazione cinematografica più adatta alla sua musica e al suo
nome d'arte, entrambi molto anni ottanta, Seth Haley che
con il video di Brokendate (regia di Will Joines) si rifà a Blade Runner. Con il
progetto Com Truise del resto Haley ha espressamente fatto della
rievocazione retromaniacale delle sonorità anni ottanta la sua cifra
artistica; un Galactic Melt dissonante e già da sempre incompleto di
epoche e stili musicali diversi:
Musicanti come quelli
sopra citati, nonché i registr dei rispettivi video, evidentemente
trovano nelle rievocazioni retromaniacali del cyberpunk anni ottanta il corrispettivo visivo di uno stile musicale che, altrettanto
retromaniacalmente, strizza l'occhio ai suoni synth, al pop o alla
New Wave degli stessi anni. Si nota un'aporia in tutto questo; una
reciproca penetrazione di epoche e prospettive sul futuro: trenta
anni fa certa fantascienza e certe sonorità servivano per immaginare
il futuro, ora che il futuro è presente esso trova nello sguardo del
passato sul futuro una forma per esprimersi. Ognuno trarrà le
proprie conseguenze. Non abbiamo più nulla da inventare? O forse
proprio nell'impossibilità di immaginare qualcosa di nuovo e
nella pulsione nostalgica a riscrivere, l'epoché in cui viviamo trova il
suo senso: un perpetuo riciclo di sensi da rottamare?
Si continui dunque
felicemente a riassemblare; il futuro sembrerà un gigantesco Frankenstein fatto di membra del passato. Mica tanto male in fondo.
It doesn't sound like an explosion in a Game Boy factory – that would
just be a big bang – but it's what it would sound like in an ideal
world.
(The Guardian)
Una lettura molto impegnata per questo finesettimana di fine/ritorno estate, Tim Jonze del Guardian propone il suo punto di vista su un dibattito estetico e epistemologico di portata epocale: determinare il confine tra dubstep e postdubstep.
A chi invece non importa una mazza - e giustamente - basterà ascoltare la track di Rustie, chiudere gli occhi e immaginare migliaia di Game Boy che esplodono. Un esercizio particolarmente indicato e salutare per scaricare lo stress della settimana lavorativa.
Segnalo inoltre che Rustie è candidato all'oscar per il miglior titolo di canzone mai inventato: Inside Pikachu's Cunt.
Aaargh! Inizio settimana fin troppo succulento di novità musicali per essere vero. L'abbondanza mi spinge a essere altruista e generoso tanto niente mi appartiene e tutto è gratis. Ecco dunque i miei consigli per i non acquisti di musica in stream, 100% legale, da non credere.
L'anteprima di Father, Son, Holy Ghost dei Girls è già su da un po' di giorni quindi vi consiglio di affrettarvi. Per me è stato l'album della settimana appena passata e tutto lascia pensare che sarà tra i miei preferiti ancora a lungo: indie rock schietto, ricchissimo di influenze, sofisticato e allo stesso tempo di una sincerità disarmante.
Bravi!
Se in fondo all'anima
avete ancora un pezzettino di adolescenza incastrata da qualche parte
i Twin Sister sono per voi. Un indie pop così spensierato e positivo
che cura l'anima fin dal titolo: In Heaven. Ecco lo stream via Steregomma.
Sul versante elettronico
da Devil's Walk di Apparat mi aspetto qualcosa di buono. Curiosissimo di sentire la
proposta del berlinese Sascha Ring...ma sulla preview di NPR è lui o Rino Gaetano?
Di palo in frasca: KCRW
presenta l'ultimo dei Wilco, alfieri dell'alternative che hanno
segnato piacevolmente i miei anni 00. The Whole Lovelo
devo ancora ascoltare. Mi segno anche questo tra i compiti a casa e
già che ci siamo, dalle parti KCRW trovate anche Hysterical
dei Clap Your Hands Say Yeah...troppa grazia...
La sorpresa più grande
però l'ho ricevuta ieri da Nialler9 che segnalava l'anteprima
dell'ultimo dei Modeselektor. Fate un favore alle vostre orecchie
(alle vostre chiappe e ai vostri neuroni): Monkeytown!
...Ma cosa vedo là giù
in fondo?! Date italiane di un tour?!...e allora: “Buona camicia (di
forza) a tutti!”
Potrebbe essere una buona
idea mandare fuori un post con cadenza fissa. Ecco quindi Ilpostdelvenerdì, il primo di una (lunga?) serie che arriva molto poco
elegantemente in ritardo: il sabato! Diciamo che conta il pensiero.
Dico anche che Ilpostdelvenerdì vorrebbe essere la mia personale
cartolina introduttiva e benaugurante del weekend a venire.
Weekend: angloprestito
ormai diffusissimo e sputtanatissimo che circola fluido e ammiccante
tra amici e colleghi con la sua carica di promesse, generalmente
tutte disattese. Non ho un senso nuovo da aggiungere o un significato
nascosto da rivelare: anche per me, per ora, il weekend non è che
(finalmente) sonnecchiare, svagare, svariare. Non è stato sempre
così e spero tornerà a essere qualcosa di diverso da ora; spero
tornerà a essere un po' più come era prima ma mi fermo qui; non
voglio dire di più.
Sicuramente ciò che il
weekend è sempre stato - e spero continui a esserlo a lungo, fin
dall'età dell'oro della disco, è qualcosa di ballereccio. Questa
dunque la natura che ho scelto per Ilpostdelvenerdì: beats,
floorfilling, disimpegno, baccanale...
Neon Indian sa
sicuramente vendere il suo prodotto; il video promozionale vhs-vintange del PAL198X lo dimostra. Invece, il video
cyber-romantic-punk di Polish Girl – pezzo ufficiale del primo
postdelvenerdì, è la cifra di tutta l'estetica di Alan Palomo: una
costante allussione retromaniacale agli Eighties,
compresi il suo ciuffone e le mosse sexy di cui fa sfoggio, sia nel
video, sia da Fallon (vedi sotto) dove ricompare anche il
PAL198X…maledetto marketing...! Quasi dimenticavo: il nuovo album
di Neon Indian, Era Extraña,
si può puppare in streaming su NPR, ancora per pochi giorni
credo, giusto il tempo di farci sballettare per un weekend!
Il video di Santa Fe esce
in questi giorni proprio mentre sto degustando l'ultimo disco dei
Beirut.
Al primo ascolto The Ripe Tide non è che mi abbia fatto
proprio impazzire. Dopo essere stato stregato dalla magia di Gulag
Orkestar e The Flying Club Cup le mie aspettative erano alte e, come
spesso accade in questi casi, sono state quasi del tutto deluse.
Riascoltando ora The Rip Tide con più calma e attenzione, direi che
in fondo non suona così male come mi era sembrato in un primo
momento anche se, dopo nove pezzi – magna insoddisfazione, continuo
a arrivare alla fine dell'album chiedendomi: “tutto qui?”. In The
Rip Tide è tutto ben confezionato e non è difficile trovare un po'
di tutto quello che ti aspetti - le atmosfere balcaniche, la voce
intensa di Condon, il romanticismo dei testi - ma niente sembra incidere veramente, come se questa volta la musa si sia tenuta a
cortese distanza dal buon Zach.
La novità più
significativa è il flirt con l'indie pop di cui Santa Fe è il
frutto più maturo e forse anche quello più insipido. Con un video
vintage in cui si mescolano surrealismo buñueliano,
commedia sexy all'italiana, Bolliwood e chissà cos'altro - basta
che abbia quell'irresistibile aura di nostalgia, come insegna Simon Reynolds - i Beirut provano a illuminare il lato scherzoso e ironico
della loro ricerca musicale. Se però con la sua leggerezza ci
ricorda quanto sia importante evitare di prendersi troppo sul serio,
il video trasmette in modo evidente anche la mancanza di densità che
segna l'intero LP.
Già provo a immaginare
come potrà essere il prossimo album dei Beirut; sono convinto che
hanno ancora molte storie da raccontare e molti luoghi da esplorare
con la loro musica nomade: posti esotici, magici, polverosi e non sempre ospitali. Che sia un villaggio slavo, una campagna
provenzale o una spiaggia mediterranea, spero che i Beirut continuino
a viaggiare e a farmi viaggiare a lungo...Bon Voyage!
I Purity Ring sono stati per me una rivelazione doppiamente potente: da un lato suonano come la cosa più vicina ai Knife o alla migliore Bjork che abbia ascoltato negli ultimi tempi, dall'altro dimostrano una vitalità e un'originalità sorprendente. Per queste stesse ragioni i Purity Ring misurano la distanza che mi separa dalle tesi di Simon Reynolds sulla fine della storia (della musica). Forse un giorno leggerò il suo Retromania: Pop Culture's Addiction to Its Own Past; nel frattempo mi accontento dell'interessantissimo articolo The Ghost of Teen Spirit: Why We Should Let Kurt Cobain Rest in Peace che mi ha dato molto da riflettere in questi giorni.
A detta di Reynolds, l'attuale caos musicale si caratterizza per una fantasmatica, dominante nostalgia per tutto ciò che è stato + o - fico in un tempo + o - lontano da cui deriva una drammatica mancanza di novità significative nel panorama sonoro dei nostri giorni. Mi chiedo invece se nel cuore magmatico della musica in quest'era digitale non si nasconda proprio la chiave per una liberazione dal peso della dialettica e della storia, dall'autorialità, dall'autorità e, in ultima analisi, dalle gerarchie e dal potere.
La web-esplosione di micro-trends che si sovrappongono e si susseguono inarrestabili cela un potenziale di cui non siamo ancora in grado di stabilire la portata. In questa grande molteplicità di revivals, hypes, trends e microgeneri alla lunga forse si scioglieranno finalmente le ansie legate all'originalità e all'autenticità per una vera emancipazione: nella riscoperta del passato c'è sempre infatti una reinvenzione; nell'eterno ritorno dell'uguale è già da sempre in moto un processo selettivo che rende leggero ciò che prima era pesante. Potrebbe essere questa la strada per un nuovo rapporto - più gioioso - con la storia, i generi, il linguaggio e le forme.
La valenza rivoluzionaria di questo fenomeno non va sottovalutata: la libertà di ri-assemblare incessantemente nuova musica, nuove arti e nuove identità dai frammenti del passato potrebbe infatti lasciare il potere senza appigli; la nostra superficie sarebbe troppo spigolosa o troppo liscia per essere afferrata. Allora i fantasmi non ci farebbero più paura...e poi chi l'ha detto che i fanstasmi vogliono essere lasciati in pace? Magari a loro piace ri-vivere e ri-morire a ogni apparizione. Noi stessi saremo fantasmi e allo stesso tempo corpi vivi, guizzanti e indomabili...
Let it seep through your sockets and earholes
into your precious, fractured skull
Let it seep, let it keep you from us
Patiently heal you
Patiently unreel you
Prima che questo hype passi, forse è già passato, o forse sta passando proprio mentre si avvia il download (consigliatissimo anche l'ultimo lancio: Belispeak)...godiamoci i Purity Ring!
In totale contrasto con il mio attuale stato fisico, mentale e emozionale che mi vede sprofondare in un grigiore abissale, un post leggero e sentimentale a scopo celebrativo dedicato, sebbene con qualche giorno di ritardo, a chi ha appena cominciato a danzare con l'augurio di riuscire sempre a danzare con quanta più leggerezza possibile.
Il tema e l'atmosfera del video dei Chromeo sono perfetti per la circostanza. C'è anche Solange, la sorellina di Beyoncé, quindi il cliché “famiglia” è centrato in pieno.
14/08/2011, benvenuto Nikolaos dunque e benvenuta leggerezza perché anch'io, nonostante tutto, devo – necessariamente e disperatamente – continuare a danzare.
In questo tempo di povertà puoi goderti la rivolta da infinite cyberangolazioni: i tweet, i canali su Flickr, le mappe geopinnate che si aggiornano in tempo reale, i serratissimi comunicati di Cameron, le analisi socio-psico-post-marxiste-pedagogico-e-allarmistico-sociali più disparate (dal guazzabuglio mi sento di salvare almeno un articolo). La mia impressione però è che gli strumenti culturali con cui si guarda ai fatti di questi giorni siano drammaticamente inadatti e inattuali. Allora mi è venuto in mente un uomo che nel secolo passato ha provato a rinnovare le nostre cassette degli attrezzi; le considerazioni che seguono sono fortemente influenzate dalle sue idee.
Il biopotere, in un unico gesto, cancella la vita (zoé) dell’uomo animale politico per garantire la vita (bios) della specie umana. Il biopotere non ha bisogno di ghetti. Il biopotere non ha più neanche bisogno, non come 150 anni fa almeno, della famiglia come perno sociale e istituzione di controllo. Il biopotere ha svuotato dall'interno il conflitto politico e i meccanismi di rappresentanza. Il biopotere è impalpabile e fluido, solo così può garantire la produttiva sopravvivenza di tutti e la sua stessa sopravvivenza. Di conseguenza la rivolta ai tempi del biopotere esplode a macchia di leopardo un po' ovunque, in luoghi fino a qualche anno fa considerati modelli positivi di convivenza multietnica. La rivolta ai tempi del biopotere non è fatta da gruppi razziali o sociali ben identificabili: dai 12 anni in su tutti giocano al tutti contro tutti. Nella rivolta ai tempi del biopotere lo scontro diretto con l'autorità non è indispensabile, almeno fino a quando il saccheggio può protrarsi indisturbato. La rivolta ai tempi del biopotere non rivolta niente: se sei abbastanza (s)pregiudicato puoi ottenere molto rapidamente e con mezzi violenti beni di consumo che normalmente non puoi permetterti o che potresti avere solo faticando come un somaro per mesi. Nel frattempo i tuoi vicini minimamente dotati di buon senso hanno tweetato un gruppo di iniziativa per ripulire il quartiere mentre i tuoi vicini Sikh dotati di sciabole affilatissime hanno preso al volo l'occasione per sfoderare i loro cimeli e farsi fotografare davanti al tempio di quartiere in pose decisamente poco amichevoli.
In conclusione, il biopotere esce dalla rivolta senza un graffio, al più c’è stato un cortocircuito: la rivolta del bios contro l’ambiente plasmato dal biopotere in cui il bios stesso è immerso. La zoé invece è ancora lontana dall’essere liberata; forse in futuro, in modo tangenziale, a partire dalla breccia aperta dalla biorivolta, l’animale politico potrà rompere la superficie sotto alla quale è stato rimosso ma sono pessimista in proposito. Alla luce della mia interpretazione l'unica previsione che mi sento di fare è che le biorivolte saranno sempre più diffuse e frequenti nei prossimi anni quindi prepariamoci a esse con gli strumenti giusti: in una mano avremo tutti un blackberry, nell'altra, a seconda delle preferenze, una molotov, uno spazzolone, o una scimitarra da Sandokan: get ready.
Dopo il salto una selezione musicale appropriata al tema.
E' ora di portare il mio itinerario di pensieri sull'amore almeno a un approdo provvisorio. Nel precedente post finivo col chiedermi se era possibile pensare l'amore oltre l'amore. La risposta è sì e no allo stesso tempo. Il soggetto infatti parassita l'abisso di energia della grande molteplicità per sopravvivere però è vero anche che non è possibile attingere a questo pozzo senza fondo se non attraverso i modi della maschera: come potrei infatti dirti e dirmi il mio amore al di fuori del linguaggio dell'amore?
Non resta allora che immergersi nella maschera fino al logorio e alla frantumazione della stessa, appropriarsene impropriamente per farne un (ab)uso antiutilitaristico e afinalistico e ricreare ogni volta l'amore come nuovo. Non vedo altra scelta per liberare la grande molteplicità: sbrodolarsi di romanticismo, annegare nei momenti di solitudine quando, seduto a terra, vedi l'amore riflesso in una pozza d'acqua sporca accanto al tuo vomito, vivere di volta in volta i modi dell'amore che senti affiorare da sotto la maschera. Allora forse si apriranno le crepe sulla superficie lucida di convenzioni accettate passivamente troppo a lungo e le contraddizioni di quell'amore che fa male all'amore resteranno nude, spogliate del loro senso.
Creare - questa è la grande redenzione dalla sofferenza, e il divenir lieve della vita. Ma perché vi sia colui che crea è necessaria molta sofferenza e molta trasformazione. [...] Davvero attraverso cento anime io ho camminato la mia via, e attraverso cento culle e dolori del parto. Molte volte ho già preso congedo: io conosco gli ultimi istanti che spezzano il cuore. Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Perchè l'amore? Perchè torno a pensare al tema più banale, più trito e svenduto da circa 3000 anni a questa parte?
Si è detto tutto ormai, anzi a pensarci bene si dicono sempre le stesse cose: "Meglio amare o essere amati?", "L'amore fisico o l'affinità spirituale?", "Amo chi o amo cosa?".
Ovvio che torno a pensarci - e ora mi metto anche a scriverci - perché, in questo momento, amo qualcuno e quando dico “amo”, al di là delle circostanze, intendo: "provo quel generale, inspiegabile e incontrollabile stato di turbamento psicofisico e irresistibile attrazione nei confronti di una persona". Credo di aver reso l'idea.
Rimane comunque il fatto che la metafisica dell'amore è una storia chiusa, non si scappa, non c'è più nulla da dire a parte continuare a dire, continuare a struggersi in quella valle di lacrime dall'indiscutibile potere catartico che nell'epoca del dominio della tecnica chiamiamo romanticismo. E allora chi meglio di Bon Iver?...e allora facciamoci del male (pure in verisone karaoke), naturalmente dedicata al mio Skinny Love:
dopo il salto: le sconvolgenti quanto sconclusionate e provvisorie conclusioni del mio ragionamento