martedì 4 ottobre 2011

RoBbot Week: il gran finale



Su internet non c'è né spazio né tempo per riflettere: se succede qualcosa devi vomitarla tutta subito altrimenti a te passa la voglia di raccontarla dopo 48 ore mentre quei 4 che leggono il tuo blog si sono rotti le palle già dopo 24. Così, anziché sparare minchiate su tutta una serie di illuminazioni musicali e esistenziali della scorsa settimana come avrei voluto fare, salto subito alla fine.

Briciola 2 Gran polpetta avvelenata finale: roBOt festival 4, serata di chiusura


Il (nuovo) Link è una macchina da guerra pensata per questo genere di eventi: megacapannone, un unico ambiente e un unico bar che si trasforma ben presto in un tritacarne (sì, c'è anche una specie di soppalco ma non è sfruttato per un cazzo e dopo una certa diventa un luogo triste triste per chi gli scappa da limonare duro o da dormire, per non dire altro). Sabato scorso l'hangar era pieno neanche dovesse arrivare l'Anticristo in persona e nel complesso direi che si respirava una delirante quanto gioiosa atmosfera: tutti mediamente fuori come culi, tutti presi mediamente bene, senza marcioni che nella propria fattanza sentissero il bisogno irrefrenabile di rompere i coglioni al prossimo travasando sull'altro la propria negatività traboccante...non capita spesso...quindi gran seratone, niente da dire tranne...tranne la musica ma questa è un'opinione personale e credo assolutamente minoritaria tra gli avventori della serata di sabato.
Ora, non vorrei passare per quello che sputa nel piatto dove sballa e se vi chiedete chi era quel deficiente esaltato attaccato alla transenna sotto il palco...beh smettete di chiedervelo, tanto c'eravamo tutti e tutte sotto quella consolle. Non posso però fare a meno di denunciare, ex post, una certa povertà di concetti e una certa freddezza nella tech-house da superclub. Certo che già lo sapevo. Sabato però ne ho avuto la conferma lampante.
La storia è questa: chi come il sottoscritto ha gettato alle ortiche tutti, o quasi, i voucher formativi che la vita offre spendendoli in party illegali si ritrova in una serata come quella di sabato a provare un certo imbarazzo. La prima cosa che fai è fiondarti a cercare invano un cassone al quale aggrapparti invece...prodigio: la musica c'è ma non si vede! Cerchi di riprenderti dalla figura di merda che hai fatto con te stesso (e non solo) e provi a essere cool ma ben presto ti rendi conto che quel basso tondo tondo – obeso – non è proprio la pappa alla quale sei stato abituato. Intendiamoci, non sono troppo schizzinoso: bastano un paio di consumazioni per farmi andare giù anche la Macarena (c'era proprio bisogno di questo link?) se ho intenzione di divertirmi. Così mi ritrovo ben presto a dimenarmi neanche fossi il capro sacro a Dioniso al cospetto di mostri ancora più sacri della techno, gente che fino a ieri – ma anche oggi – per me potrebbero essere i cugini bastardi di tua zia. Da Seth Troxler, almeno all'inizio del set, ho sentito un paio di passaggi un po' più breakkati e un po' di glitch qua e là ma per il resto la ricetta è sempre quella – semplice ma efficace – da 30 anni a questa parte, da Detroit a Berlino passando per Ibiza: accompagnare l'ascoltatore in alto lungo vortici di suoni psichedelici più o meno vertiginosi per poi lanciarlo nel vuoto del bassone obeso e tamarro testé menzionato. Boom boom boom, tutti contenti fino all'alba in compagnia di quel mattacchione di Tobi Neumann.
Quando esco alle 7 di mattina non sono affatto sicuro di sapere su quale pianeta mi trovo. Mi guardo intorno e vedo pupille ancora grandi come quelle degli alieni  di Area 51 (il primo link dovrebbe far ridere, il secondo è per fare  pari con quello della Macarena...Oh no! Di nuovo!) allora mi ricordo perché preferivo i party dove potevi fare il cazzo che ti pareva fino alle 4 del pomeriggio e avere tutto il tempo per riacchiapparti. Non mi resta che tornare a casa a piedi accarezzato dal sole e dall'aria frizzantina del Pilastro: Exit Planet Dust (questo invece è solo nostalgia gratuita).

domenica 2 ottobre 2011

RobBot Week

Post multiplo e riassuntivo della settimana che si è appena chiusa in tutta la sua gloria robotica. La doppia b nel titolo cristallizza l'abbondanza di robbe da  bloggare a cominciare dai tentativi più o meno riusciti di intossicazione alcolica e quelli riuscitissimi di perdita di sonno, forma fisica, dignità e credibilità agli occhi di amici, parenti + o – stretti, la società in generale. Ma tutto questo è la norma in una settimana del genere e quindi mi concentrerò sulle briciole che ho raccolto in questi giorni lungo la via della ricerca del non-senso dell'esistenza nella vana speranza di placare una fame inesauribile di significato...e con questo il metaforone gratuito da 3 quintali l'abbiamo sganciato. L'altra cosa da scaricare immediamante in queste prime righe è la coscienza sporca per non essere stato a vedere SBTRKT ieri sera a Palazzo Re Enzo  e così anche il breve e triste capitolo su ciò che non ho fatto ma che avrei voluto tanto fare si chiude.


Briciola 1: Elektronische Staubband

Il festival si è aperto in grande stile mercoledì sera al comunale. Fa sempre un certo effetto assistere a un evento di musica del terzo millennio in una cornice concepita per spettacoli e musica di 200 anni fa. Ci si sente fuori tempo e fuori luogo come un cappellaio matto; è come contemplare Armageddon da una collina e dirsi tra sé e sé «Merda! È la fine del mondo, siamo fottuti!» e provare però un inspiegabile, insano e diabolico senso di appagamento personale.
Yann Tiersen e il gioioso baraccone analogico dell'Elektronische Staubband hanno piacevolmente solleticato i miei neuroni all'ascolto, soprattutto per la prima mezz'ora grazie ai toni electropop e kraut à la Kraftwerk. La performance ha poi virato, più scontatamente, verso acque minimal e ambient. I passaggi con le vocine modulate stile James Blake hanno fatto la loro porca figura, la camiciola grunge e i capelli sudici del Sig. Tiersen un po' meno.
 
Dopo il teatro (wow! Fa molto highbrow!) ho chiuso la serata al Bartleby (molto lowbrow e agit-prop!), un ameno luogo di ritrovo – pardon, aggregazione sociale – di cui forse parlerò nel prossimo post. Basterà dire per ora che in questa circostanza ho sferrato un primo duro colpo al mio senso di responsabilità intrattenendomi fino alle 2 di notte in un infrasettimanale con ripercussioni disastrose sulla mia produttività impiegatizia.

lunedì 26 settembre 2011

Retrocyberpunk


Oltre a Neon Indian con il video di Polish Girl per la regia di Tim Nackashi, altri musicartisti di recente hanno scelto il linguaggio del cyberpunk per i loro clip; ecco dunque la mia mini-rassegna e la mia mini-riflessione.


Song of Los di Apparat mi ha emozionato molto, fin dal primo ascolto, ancor prima di aver visto il video dal gusto agrodolce di Saman Keshavarz. La canzone risalta tra gli altri pezzi di Devil's Walk; un album che non ti aspetti, molto cantanto, molto diverso (inferiore?) rispetto a Walls ma che ha i suoi momenti (vedi anche Candil de la Calle e Ash/Black Veil) nonostante l'amalgama poco convincente. A tratti ricorda i Coldplay e, no, non è affatto un pregio per i miei standard! D'altra parte un artista che prova nuove strade, anche se a volte troppo pop-scivolose, per me merita sempre attenzione quindi: respect per Apparat anche soltanto per aver cambiato pelle.


Non poteva scegliere una citazione cinematografica più adatta alla sua musica  e al suo nome d'arte, entrambi molto anni ottanta, Seth Haley che con il video di Brokendate (regia di Will Joines) si rifà a Blade Runner. Con il progetto Com Truise del resto Haley ha espressamente fatto della rievocazione retromaniacale delle sonorità anni ottanta la sua cifra artistica; un Galactic Melt dissonante e già da sempre incompleto di epoche e stili musicali diversi:
Musicanti come quelli sopra citati, nonché i registr dei rispettivi video, evidentemente trovano nelle rievocazioni retromaniacali del cyberpunk anni ottanta il corrispettivo visivo di uno stile musicale che, altrettanto retromaniacalmente, strizza l'occhio ai suoni synth, al pop o alla New Wave degli stessi anni. Si nota un'aporia in tutto questo; una reciproca penetrazione di epoche e prospettive sul futuro: trenta anni fa certa fantascienza e certe sonorità servivano per immaginare il futuro, ora che il futuro è presente esso trova nello sguardo del passato sul futuro una forma per esprimersi. Ognuno trarrà le proprie conseguenze. Non abbiamo più nulla da inventare? O forse proprio nell'impossibilità di immaginare qualcosa di nuovo e nella pulsione nostalgica a riscrivere, l'epoché in cui viviamo trova il suo senso: un perpetuo riciclo di sensi da rottamare?
Si continui dunque felicemente a riassemblare; il futuro sembrerà un gigantesco Frankenstein fatto di membra del passato. Mica tanto male in fondo.

sabato 24 settembre 2011

Ilpostdelvenerdì: Rustie


It doesn't sound like an explosion in a Game Boy factory – that would just be a big bang – but it's what it would sound like in an ideal world.
(The Guardian)
Una lettura molto impegnata per questo finesettimana di fine/ritorno estate, Tim Jonze del Guardian propone il suo punto di vista su un dibattito estetico e epistemologico di portata epocale: determinare il confine tra dubstep e postdubstep.
A chi invece non importa una mazza - e giustamente - basterà ascoltare la track di Rustie, chiudere gli occhi e immaginare migliaia di Game Boy che esplodono. Un esercizio particolarmente indicato e salutare per scaricare lo stress della settimana lavorativa.
Segnalo inoltre che Rustie è candidato all'oscar per il miglior titolo di canzone mai inventato: Inside Pikachu's Cunt.

martedì 20 settembre 2011

Consigli per i non acquisti


Aaargh! Inizio settimana fin troppo succulento di novità musicali per essere vero. L'abbondanza mi spinge a essere altruista e generoso tanto niente mi appartiene e tutto è gratis. Ecco dunque i miei consigli per i non acquisti di musica in stream, 100% legale, da non credere. L'anteprima di Father, Son, Holy Ghost dei Girls è già su da un po' di giorni quindi vi consiglio di affrettarvi. Per me è stato l'album della settimana appena passata e tutto lascia pensare che sarà tra i miei preferiti ancora a lungo: indie rock schietto, ricchissimo di influenze, sofisticato e allo stesso tempo di una sincerità disarmante.
Bravi!
Se in fondo all'anima avete ancora un pezzettino di adolescenza incastrata da qualche parte i Twin Sister sono per voi. Un indie pop così spensierato  e positivo che cura l'anima fin dal titolo: In Heaven. Ecco lo stream via Steregomma.

Sul versante elettronico da Devil's Walk di Apparat mi aspetto qualcosa di buono. Curiosissimo di sentire la proposta del berlinese Sascha Ring...ma sulla preview di NPR è lui o Rino Gaetano?

Di palo in frasca: KCRW presenta l'ultimo dei Wilco, alfieri dell'alternative che hanno segnato piacevolmente i miei anni 00. The Whole Love lo devo ancora ascoltare. Mi segno anche questo tra i compiti a casa e già che ci siamo, dalle parti KCRW trovate anche Hysterical dei Clap Your Hands Say Yeah...troppa grazia...

La sorpresa più grande però l'ho ricevuta ieri da Nialler9 che segnalava l'anteprima dell'ultimo dei Modeselektor. Fate un favore alle vostre orecchie (alle vostre chiappe e ai vostri neuroni): Monkeytown!
...Ma cosa vedo là giù in fondo?! Date italiane di un tour?!...e allora: “Buona camicia (di forza) a tutti!”

sabato 17 settembre 2011

Ilpostdelvenerdì1: Neon Indian – Polish Girl


Potrebbe essere una buona idea mandare fuori un post con cadenza fissa. Ecco quindi Ilpostdelvenerdì, il primo di una (lunga?) serie che arriva molto poco elegantemente in ritardo: il sabato! Diciamo che conta il pensiero. Dico anche che Ilpostdelvenerdì vorrebbe essere la mia personale cartolina introduttiva e benaugurante del weekend a venire.
Weekend: angloprestito ormai diffusissimo e sputtanatissimo che circola fluido e ammiccante tra amici e colleghi con la sua carica di promesse, generalmente tutte disattese. Non ho un senso nuovo da aggiungere o un significato nascosto da rivelare: anche per me, per ora, il weekend non è che (finalmente) sonnecchiare, svagare, svariare. Non è stato sempre così e spero tornerà a essere qualcosa di diverso da ora; spero tornerà a essere un po' più come era prima ma mi fermo qui; non voglio dire di più.
Sicuramente ciò che il weekend è sempre stato - e spero continui a esserlo a lungo, fin dall'età dell'oro della disco, è qualcosa di ballereccio. Questa dunque la natura che ho scelto per Ilpostdelvenerdì: beats, floorfilling, disimpegno, baccanale...
Neon Indian sa sicuramente vendere il suo prodotto; il video promozionale vhs-vintange del PAL198X lo dimostra. Invece, il video cyber-romantic-punk di Polish Girl – pezzo ufficiale del primo postdelvenerdì, è la cifra di tutta l'estetica di Alan Palomo: una costante allussione retromaniacale agli Eighties, compresi il suo ciuffone e le mosse sexy di cui fa sfoggio, sia nel video, sia da Fallon (vedi sotto) dove ricompare anche il PAL198X…maledetto marketing...! Quasi dimenticavo: il nuovo album di Neon Indian, Era Extraña, si può puppare in streaming su NPR, ancora per pochi giorni credo, giusto il tempo di farci sballettare per un weekend!

martedì 13 settembre 2011

Beirut: musica nomade per timpani viaggianti




Il video di Santa Fe esce in questi giorni proprio mentre sto degustando l'ultimo disco dei Beirut.
Al primo ascolto The Ripe Tide non è che mi abbia fatto proprio impazzire. Dopo essere stato stregato dalla magia di Gulag Orkestar e The Flying Club Cup le mie aspettative erano alte e, come spesso accade in questi casi, sono state quasi del tutto deluse. Riascoltando ora The Rip Tide con più calma e attenzione, direi che in fondo non suona così male come mi era sembrato in un primo momento anche se, dopo nove pezzi – magna insoddisfazione, continuo a arrivare alla fine dell'album chiedendomi: “tutto qui?”. In The Rip Tide è tutto ben confezionato e non è difficile trovare un po' di tutto quello che ti aspetti - le atmosfere balcaniche, la voce intensa di Condon, il romanticismo dei testi - ma  niente sembra incidere veramente, come se questa volta la musa si sia tenuta a cortese distanza dal buon Zach.
La novità più significativa è il flirt con l'indie pop di cui Santa Fe è il frutto più maturo e forse anche quello più insipido. Con un video vintage in cui si mescolano surrealismo buñueliano, commedia sexy all'italiana, Bolliwood e chissà cos'altro - basta che abbia quell'irresistibile aura di nostalgia, come insegna Simon Reynolds - i Beirut provano a illuminare il lato scherzoso e  ironico della loro ricerca musicale. Se però con la sua leggerezza ci ricorda quanto sia importante evitare di prendersi troppo sul serio, il video trasmette in modo evidente anche la mancanza di densità che segna l'intero LP.
Già provo a immaginare come potrà essere il prossimo album dei Beirut; sono convinto che hanno ancora molte storie da raccontare e molti luoghi da esplorare con la loro musica nomade: posti esotici, magici, polverosi e non sempre ospitali. Che sia un villaggio slavo, una campagna provenzale o una spiaggia mediterranea, spero che i Beirut continuino a viaggiare e a farmi viaggiare a lungo...Bon Voyage!

sabato 10 settembre 2011

Non conciliare nulla...


Become the rising sun
We will become, become
Become the damage done
We will become, become

Become the river sway
We will become, become
Become the love we made
We will become, become

Become the endless chain
We will become, become
Become forgotten name
We will become, become

Become sinner and the saint
We will become, become
Become bandage and the blade
We will become, become

Become word and the breath
We will become, become
Become the card and the chest
We will become, become

Become the liked and the loathed
We will become, become
Become the bruise and the blow
We will become, become

Become the fruit and the fall
We will become, become
Become the caress and the claw
We will become, become

Become glory and the guilt
We will become, become
Become the blossom and the wilt
We will become, become

Become both right and wrong
We will become, become
Become the sound and the song
We will become, become

Become tooth and the tongue
We will become, become
Become the target and the gun
We will become, become

Become so cruel and kind
We will become, become
Become the weary and the wild
We will become, become

Become allegiance and doubt
We will become, become
Become the whisper and the shout
We will become, become

Become the honest and the veiled
We will become, become
Become the hammer and the nail
We will become, become

Become the blessing and the curse
We will become, become
Become but it could be worse,
We will become, become

Become the blood and the bone
We will become, become
Become an ice cream cone
We will become, become

Become the way and the wall
We will become, become
Become a disco ball
We will become, become

Become both now and then
We will become, become
Become again and again
We will become, become
Your Fake Name Is Good Enough For Me, Iron & Wine, Kiss Each Other Clean (2011, 4AD)

mercoledì 7 settembre 2011

Chi ha paura di Kurt Cobain?



I Purity Ring sono stati per me una rivelazione doppiamente potente: da un lato suonano come la cosa più vicina ai Knife o alla migliore Bjork che abbia ascoltato negli ultimi tempi, dall'altro dimostrano una vitalità e un'originalità sorprendente. Per queste stesse ragioni i Purity Ring misurano la distanza che mi separa dalle tesi di Simon Reynolds sulla fine della storia (della musica). Forse un giorno leggerò il suo Retromania: Pop Culture's Addiction to Its Own Past; nel frattempo mi accontento dell'interessantissimo articolo The Ghost of Teen Spirit: Why We Should Let Kurt Cobain Rest in Peace che mi ha dato molto da riflettere in questi giorni.
A detta di Reynolds, l'attuale caos musicale si caratterizza per una fantasmatica, dominante nostalgia per tutto ciò che è stato + o - fico in un tempo + o - lontano da cui deriva una drammatica mancanza di novità significative nel panorama sonoro dei nostri giorni. Mi chiedo  invece se nel cuore magmatico della musica in quest'era digitale non si nasconda proprio la chiave per una liberazione dal peso della dialettica e della storia, dall'autorialità, dall'autorità e, in ultima analisi, dalle gerarchie e dal potere.
La web-esplosione di micro-trends che si sovrappongono e si susseguono inarrestabili cela un potenziale di cui non siamo ancora in grado di stabilire la portata. In questa grande molteplicità di revivals, hypes, trends e microgeneri alla lunga forse si scioglieranno finalmente le ansie legate all'originalità e all'autenticità per una vera emancipazione: nella riscoperta del passato c'è sempre infatti una reinvenzione; nell'eterno ritorno dell'uguale è già da sempre in moto un processo selettivo che rende leggero ciò che prima era pesante. Potrebbe essere questa la strada per un nuovo rapporto - più gioioso - con la storia, i generi, il linguaggio e le forme.
La valenza rivoluzionaria di questo fenomeno non va sottovalutata: la libertà di ri-assemblare incessantemente nuova musica, nuove arti e nuove identità dai frammenti del passato potrebbe infatti lasciare il potere senza appigli; la nostra superficie sarebbe troppo spigolosa o troppo liscia per essere afferrata. Allora i fantasmi non ci farebbero più paura...e poi chi l'ha detto che i fanstasmi vogliono essere lasciati in pace? Magari a loro piace ri-vivere e ri-morire a ogni apparizione. Noi stessi saremo fantasmi e allo stesso tempo corpi vivi, guizzanti e indomabili...
Let it seep through your sockets and earholes
into your precious, fractured skull
Let it seep, let it keep you from us
Patiently heal you
Patiently unreel you
Prima che questo hype passi, forse è già passato, o forse sta passando proprio mentre si avvia il download (consigliatissimo anche l'ultimo lancio: Belispeak)...godiamoci i Purity Ring!

Lofticries by PURITY RING

...e se non dovesse bastare...

Ungirthed by PURITY RING

giovedì 18 agosto 2011

Cominciare a danzare



In totale contrasto con il mio attuale stato fisico, mentale e emozionale che mi vede sprofondare in un grigiore abissale, un post leggero e sentimentale a scopo celebrativo dedicato, sebbene con qualche giorno di ritardo, a chi ha appena cominciato a danzare con l'augurio di riuscire sempre a danzare con quanta più leggerezza possibile.
Il tema e l'atmosfera del video dei Chromeo sono perfetti per la circostanza. C'è anche Solange, la sorellina di Beyoncé, quindi il cliché “famiglia” è centrato in pieno.
14/08/2011, benvenuto Nikolaos dunque e benvenuta leggerezza perché anch'io,  nonostante tutto, devo – necessariamente e disperatamente – continuare a danzare.
Thanks to Nialler9 for the tip.

venerdì 12 agosto 2011

La rivolta ai tempi del biopotere



In questo tempo di povertà puoi goderti la rivolta da infinite cyberangolazioni: i tweet, i canali su Flickr, le mappe geopinnate che si aggiornano in tempo reale, i serratissimi comunicati di Cameron, le analisi socio-psico-post-marxiste-pedagogico-e-allarmistico-sociali più disparate (dal guazzabuglio mi sento di salvare almeno un articolo). La mia impressione però è che gli strumenti culturali con cui si guarda ai fatti di questi giorni siano drammaticamente inadatti e inattuali. Allora mi è venuto in mente un uomo che nel secolo passato ha provato a rinnovare le nostre cassette degli attrezzi; le considerazioni che seguono sono fortemente influenzate dalle sue idee.
Il biopotere, in un unico gesto, cancella la vita (zoé) dell’uomo animale politico per garantire la vita (bios) della specie umana. Il biopotere non ha bisogno di ghetti. Il biopotere non ha più neanche bisogno, non come 150 anni fa almeno, della famiglia come perno sociale e istituzione di controllo. Il biopotere ha svuotato dall'interno il conflitto politico e i meccanismi di rappresentanza. Il biopotere è impalpabile e fluido, solo così può garantire la produttiva sopravvivenza di tutti e la sua stessa sopravvivenza. Di conseguenza la rivolta ai tempi del biopotere esplode a macchia di leopardo un po' ovunque, in luoghi fino a qualche anno fa considerati modelli positivi di convivenza multietnica. La rivolta ai tempi del biopotere non è fatta da gruppi razziali o sociali ben identificabili: dai 12 anni in su tutti giocano al tutti contro tutti. Nella rivolta ai tempi del biopotere lo scontro diretto con l'autorità non è indispensabile, almeno fino a quando il saccheggio può protrarsi indisturbato. La rivolta ai tempi del biopotere non rivolta niente: se sei abbastanza (s)pregiudicato puoi ottenere molto rapidamente e con mezzi violenti beni di consumo che normalmente non puoi permetterti o che potresti avere solo faticando come un somaro per mesi. Nel frattempo i tuoi vicini minimamente dotati di buon senso hanno tweetato un gruppo di iniziativa per ripulire il quartiere mentre i tuoi vicini Sikh dotati di sciabole affilatissime hanno preso al volo l'occasione per sfoderare i loro cimeli e farsi fotografare davanti al tempio di quartiere in pose decisamente poco amichevoli.
In conclusione, il biopotere esce dalla rivolta senza un graffio, al più c’è stato un cortocircuito: la rivolta del bios contro l’ambiente plasmato dal biopotere in cui il  bios stesso è immerso. La zoé invece è ancora lontana dall’essere liberata; forse in futuro, in modo tangenziale, a partire dalla breccia aperta dalla biorivolta, l’animale politico potrà rompere la superficie sotto alla quale è stato rimosso ma sono pessimista in proposito. Alla luce della mia interpretazione l'unica previsione che mi sento di fare è che le biorivolte saranno sempre più diffuse e frequenti nei prossimi anni quindi prepariamoci a esse con gli strumenti giusti: in una mano avremo tutti un blackberry, nell'altra, a seconda delle preferenze, una molotov, uno spazzolone, o una scimitarra da Sandokan: get ready.

Dopo il salto una selezione musicale appropriata al tema.

lunedì 8 agosto 2011

L'amore liberato (parte 2): l'amore oltre l'amore


E' ora di portare il mio  itinerario di pensieri sull'amore  almeno a un approdo provvisorio.
Nel precedente post finivo col chiedermi se era possibile pensare l'amore oltre l'amore. La risposta è sì e no allo stesso tempo. Il soggetto infatti parassita l'abisso di energia della grande molteplicità per sopravvivere però è vero anche che non è possibile attingere a questo pozzo senza fondo se non attraverso i modi della maschera: come potrei infatti dirti e dirmi il mio amore al di fuori del linguaggio dell'amore?
Non resta allora che immergersi nella maschera fino al logorio e alla frantumazione della stessa, appropriarsene impropriamente per farne un (ab)uso antiutilitaristico e afinalistico e ricreare ogni volta l'amore come nuovo. Non vedo altra scelta per liberare la grande molteplicità: sbrodolarsi di romanticismo, annegare nei momenti di solitudine quando, seduto a terra, vedi l'amore riflesso in una pozza d'acqua sporca accanto al tuo vomito, vivere di volta in volta  i modi dell'amore che senti affiorare da sotto la maschera. Allora forse si apriranno le crepe sulla superficie lucida di convenzioni accettate passivamente troppo a lungo e le contraddizioni di quell'amore che fa male all'amore resteranno nude, spogliate del loro senso.
Creare - questa è la grande redenzione dalla sofferenza, e il divenir lieve della vita. Ma perché vi sia colui che crea è necessaria molta sofferenza e molta trasformazione. [...] Davvero attraverso cento anime io ho camminato la mia via, e attraverso cento culle e dolori del parto. Molte volte ho già preso congedo: io conosco gli ultimi istanti che spezzano il cuore. Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

mercoledì 3 agosto 2011

L'amore liberato (parte 1): l'amore non esiste

Perchè l'amore? Perchè torno a pensare al tema più banale, più trito e svenduto da circa 3000 anni a questa parte?
Si è detto tutto ormai, anzi a pensarci bene si dicono sempre le stesse cose: "Meglio amare o essere amati?", "L'amore fisico o l'affinità spirituale?", "Amo chi o amo cosa?".
Ovvio che torno a pensarci - e ora mi metto anche a scriverci - perché,  in questo momento, amo qualcuno e quando dico “amo”, al di là delle circostanze, intendo: "provo quel generale, inspiegabile e incontrollabile stato di turbamento psicofisico e irresistibile attrazione nei confronti di una persona". Credo di aver reso l'idea.
Rimane comunque il fatto che la metafisica dell'amore è una storia chiusa, non si scappa, non c'è più nulla da dire a parte continuare a dire, continuare a struggersi in quella valle di lacrime dall'indiscutibile potere catartico che nell'epoca del dominio della tecnica chiamiamo romanticismo. E allora chi meglio di Bon Iver?...e allora facciamoci del male (pure in verisone karaoke), naturalmente dedicata al mio Skinny Love:



dopo il salto: le sconvolgenti quanto sconclusionate e provvisorie conclusioni del mio ragionamento

mercoledì 27 luglio 2011

Luoghi (e)stran(e)i: tUnE-yArDs


Garbus says “Gangsta” came out of finding herself in a confusing and new place

Cartolina su/per/a partire da Merrill Garbus, il suo progetto tUnE-yArDs e relativo nuovo album whokill.
Un mosaico di frammenti: l'ukulele di Garbus, il basso di Nate Brenner, i fiati, le percussioni, lo-fi, funky, elettronica. Tutto in whokill è felicemente fuori luogo: un trovarsi musicalmente in a confusing and new place.
What's a boy to do if he'll never be a gangsta
Mi guardo intorno e mi sembra di vivere una realtà fatta di quartieri, di ghetti, in cui “zitto e taci, poi forse...”
Move into his neighbourhood, he'll never make a sound
Mi spingo fuori dal mio quartiere e mi sento a disagio; i luoghi sconosciuti inquietano però eccitano e attraggono anche. L'Altro getta una luce strana sulla mia realtà, arriva e sconvolge.
Never move to my hood/'cause danger is crawling out the wood
Di fronte al pericolo suona la sirena di tUnE-yArDs: colore, frammento, ironia, molteplice, trasformazione. Non importa che sia un gangsta, un rasta, un uomo, una donna, non importa l'ennesima nicchia culturale e di genere in cui mi sono/mi hanno sbattuto: è ora di uscire dal ghetto per sentirsi confortevolmente estraneo in ogni luogo.

Yourstru.ly Presents: tUnE-yArDs Gangsta from Yours Truly on Vimeo.

lunedì 25 luglio 2011

Todestrieb parte 2 ovvero Altri momenti di cui vergognarsi se avessi ancora una coscienza

--- avvertenza: il senso di questo post o meglio la totale mancanza di
senso del post si apprezza meglio se si legge prima la parte 1 ---

La dritta per la serata di venerdì era Kaki King al Botanique.
“Kaki Ki?”
Studio un po' a casa e mi piace quello che sento su http://www.kakiking.com/: un po' Folk Rock, un po' Post Rock, una voce grintosa...niente di meglio per ricaricarsi dopo la chillwave-serata (vedi parte 1...l'avevo detto di leggerla prima...). Mezza delusione: Kaki arriva sola sul palco, canta 2 mezze canzoni, per il resto tutto strumentale. Alla fine però devo ammettere che è straordinaria nel suo genere: un'artista che regge il palco per un'ora con una chitarra senza neanche cantare non lo vedi tutti i giorni. I pezzi di bravura di tapping a due mani sul manico della chitarra da soli valgono l'entrata gratuita. Per chi volesse, su Youtube hanno postato praticamente tutto il concerto...
Avrei dovuto fermarmi lì, andarmene a casa sereno e appagato della “struttura” della serata botanica e invece no: la pulsione ha vinto ancora e son tornato sul luogo del Bolognetti-delitto, questa volta senza neanche Washed Out: soltanto 2 ragazzini con un cd jay e secchi come se piovesse. Se questa non è pulsione di morte...

Falling
Day
by kakiking

domenica 24 luglio 2011

Todestrieb parte 1 ovvero Tentativo di riflessione semiseria su giorni costellati di momenti dei quali vergognarsi

Una frugale cena a base di 3 crostini al pomodoro e 3 long drink fatti in casa ha inevitabilmente segnato il w-end 15/7-17/07. Dalla ricostruzione che ho potuto formare basandomi su testimonianze di amici e conoscenti i momenti dei quali vergognarsi non sono stati pochi. Ma la pulsione di morte non è data dal singolo episodio o dalla singola azione, per quanto autodistruttivi, ma proprio dalla pulsione a ripetere; solo questa ipotesi può spiegare la deriva dei giorni appena trascorsi: 21/07 – 24/07.
Eppure l'intenzione era di vivere “serate strutturate” (calzante espressione che mi permetto di riciclare ringraziando chi me l'ha fatta conoscere). Purtroppo tra la teoria e la pratica si apre un abisso e invano ho sperato che il concerto di Washed Out potesse dare struttura alla serata di giovedì: secchiate di Coca Rum neanche avessi 17 anni l'hanno fatta naufragare nel solito degenero post-adolescenziale che caratterizza solitamente le serate di quell'ameno luogo di aggregazione giovanile estiva noto alla massa come Vicolo Bolognetti. “Illuso” mi dico! Come poter sperare di trovare un po' di densità nella musica di un progetto che si chiama Washed Out?
Per chi non se ne fosse accorto Ernest Greene è l'ultimo pioniere dell'ultima frontiera dell'indie. Se consulti la mappa di Pitchfork lo trovi nella provincia di Chillwave vicino a altri territori musicali dai confini volutamente poco definiti e dalle atmosfere impalpabili quali Toro y Moi e Neon Indian. La performance di giovedì è stata piena espressione dell'inafferabilità tipica di questa Chill-Contea: atmosfere sommesse che non ti travolgono ma che, sfuggenti, ti emozionano in trasparenza. Una musica che fa della mancanza di centro il suo centro e che si nutre di un'assenza per trasmettere forza e serenità. Soft e Echoses rimangono le mie preferite e anche dal vivo, con tanto di band, sono state rese alla grande. Si vos gusta...puppatevi il dowload di Amor Fati al sito della Sub Pop:

 ...to be continued...

mercoledì 13 luglio 2011

Samiyam - Sam Baker's Album


Torbida e soffocata: quella di Samiyam è la musica adatta per cominciare questi envois.
Vittima di ostinati attacchi di bastardissime zanzare, senza poter sperare in un po' di refrigerio, in questa serata d'estate metropolitana trovo un po' di sollievo, per i timpani almeno, in NPR che offre, almeno ancora per qualche giorno, l'anteprima del Sam Baker's Album.
Si parte con Escape e per un momento sembra quasi di trovare conforto dal clima infame ma dura poco; si capisce subito che i “filthy beats” di Samiyam sono un rimedio amaro, di quelli che aiutano a avvicinarsi pericolosamente alla tristezza, quanto basta per accarezzarla, senza mai scacciarla via del tutto però. L'album è un galenico ben preparato: sulla confezione il saettante marchio di garanzia Brainfeeder e nella formula le tracce della migliore tradizione dell'hip hop strumentale a là Ninja Tunes (The Herbalizer, Mr Scruff...).
Quando arriva Kitties con i suoi suoni distorti e rallentati penso: “Eccoci, dal gran caldo anche il Sam Baker's Album si sta sciogliendo”. Ma Samiyam è abile a trasmettere impulsi alla frequenza giusta per continuare a nutrire i neuroni all'ascolto stuzzicandoli quel tanto che basta per la durata dei pezzi successivi. Dalla seconda metà del disco è tutto un planare a bassa quota su un pianeta dai colori cangianti: tinte fosche si mescolano a riflessi più rassicuranti. Negli angoli bui - a volte spigolosi e ruvidi (Cushion, My Buddy), altre volte porosi e morbidi (Turtles, Lifesized Stuffed Animal) - del mondo di Sam Baker brilla la cura per il dettaglio e la ricerca del nuovo; Samiyam offre così il suo personale e onesto contributo al genere. Tornerò a ascoltare qualcosa di altrettanto convincente da Doom o DJ Shadow un giorno?...
Nella sua ambigua e inquietante serenità, il bimbo biondo di un'istantanea vecchia di qualche decennio è la cifra di questo album. Il suo sgurado sembra dire: “Rilassati, tutto si aggiusterà" oppure: "Ancora non lo sai ma qualcosa di cattivo, oltre ogni umana comprensione, sta per abbattersi su di te”...
SAMIYAM - Cushion by BRAINFEEDER