mercoledì 2 maggio 2012

Here We Go Magic - How Do I Know



How do I know if I love you? La domanda è semplice e straordinariamente affascinante.
Non so come so certe cose. Esisto; mi trovo cioè gettato al di sotto di un orizzonte in cui conosco le cose “innanzi tutto e per lo più”.
Questa conoscenza è tutto ciò di cui abbiamo bisogno e, allo stesso tempo, è drammaticamente insufficiente (angosciante). In realtà non è importante quanto o cosa sappiamo ma la vertiginosa relazione tra ciò che sappiamo e il piano di immanenza della nostra conoscenza. Il piano di immanenza è sempre ineffabile in una certa misura, sempre differente e deferito rispetto a ciò che sappiamo. La conoscenza, a sua volta, non è mai del tutto contenuta all'interno del piano ma mostra una tendenza impertinente a oltrepassare i limiti del piano in cui si iscrive.

When all these things come and go?
You can't stand them toghether in some neat little row

Il clip poi mette di fronte a un'altra domanda, inquietante: “Come sa l'uomo del video che deve fare ciò che fa alla fine del video?”. Di fronte a questa domanda, “timore e tremore”.
Sappiamo che amiamo e, senza sapere perché, ci prendiamo cura delle cose che amiamo. Sappiamo anche però di dover distruggere le cose che amiamo, senza un vero perché, ma sapendo che è così che deve essere.

giovedì 19 aprile 2012

Fuck Buttons - Flight of the Feathered Serpent




Ancora sul tempo.

Il tempo puro dei Fuck Buttons
Delfini che solcano le onde. Trovarsi nello scorrere ma anche superarsi.
Augenblick.
L'attimo in cui l'eterno e l'adesso si toccano.

Thanks to Mike for the tip.

venerdì 13 aprile 2012

Ilpostdelvenerdì: Black Dice - Pinball Wizard


Da piccolo sognavo di diventare un mago del flipper. Poi per diversi anni invece ho avuto paura di essere rimasto incastrato in un flipper e di non riuscire a uscirne. Oggi ho ascoltato Black Dice e ho provato la vertigine di restare in equilibrio tra queste due condizioni. Non è poi così male. Il venerdì può cominciare.

Black Dice - "Pinball Wizard" by Ribbon Music

giovedì 12 aprile 2012

How Long Have You Known?

Questa dei Dive mi ha incantato subito.
“Da quanto tempo?” Non lo so. “Per quanto tempo ancora?” Nemmeno. 
È un tempo da sognare così come viene.

mercoledì 4 aprile 2012

Lotus Plaza - Spooky Action at a Distance


Spooky Action at a Distance per me è un volo planare, onirico senza essere angosciante, acido senza essere paranoico: un jet sopra la tundra.


martedì 3 aprile 2012

Rompere il silenzio

Retrograde-screenshot_slide

 Pensiero del mattino:
"Davvero?!" Gridò il Silenzio incredulo prima di morire. Nacque subito un altro Silenzio che aveva una gran voglia di gridare ma non poteva farlo per non morire.
Svarione web del mattino:
http://thirdworlds.net/retrograde/
L'aporia del silenzio e la macchina da guerra sonora: l'una di fronte all'altra, l'una intrecciata all'altra. C'è della decostruzione. C'è della speranza.


We created a deconstructive musical piece called RETROGRADE, conceptualized and executed by Death Grips and coded by Jacob Ciocci (Extreme Animals). It’s an infinite GIF sampler. There are 109 loops that you can start and stop at will. Depending on the number of loops you trigger and the way you time them, an infinite number of visual/audio combinations are possible.
It’s inspired by Mercury being in retrograde right now (until April 4, 2012). The piece is an expression of the infinite/fractal nature of every moment in time. When creating music, we are sticking/unsticking ourselves to endless time snakes—the idea that the smallest/tiniest of moments contains everything in the universe—Progress/becoming UNSTUCK.
The piece itself is a musical instrument. Our real performances are disassembled, mangled, and thrown back together in a renegade way. We recommend the “PLAY ALL” button. This is exactly how we create our art. It’s dirty, chaotic, and constantly on the brink of catastrophic failure. We encourage others to deconstruct our ideas and this piece in similar ways. We are excited about people creating their own content out of this device. It’s not about the machine itself but the process of exploration. 
(http://thecreatorsproject.com/blog/noise-rap-trio-death-grips-debuts-a-music-video-in-109-gif-pieces)

domenica 1 aprile 2012

Chromatics - Kill for Love a.k.a. La domenica si muore lentamente

Si muore lentamente sì, ma con dolcezza se si ascolta il disco dei Chromatics.

 
Se fosse un film sarebbe Drive. C'è mancato poco.

venerdì 30 marzo 2012

Canzone di stagione



In attesa del nuovo disco dei Beach House, che questa Bloom sia di buon auspicio perché in questa primavera fioriscano i colori più belli.

venerdì 25 novembre 2011

Ilpostdelvenerdì: Getting Ready for CSS

Io e i Cansei de Ser Sexy abbiamo un passato. Certo non è un passato lungo e non è un passato passato da molto perché, né io, né loro, ce lo possiamo permettere, anagraficamente parlando.
Nel 2006 quando è uscito Donkey dormivo un letargo musicale che mi teneva lontano da qualsiasi stimolo minimamente poppeggiante. A 2 anni di distanza ero un synth-electro-pop tossicomane all'ultimo stadio. A quell'epoca risale l'idillio con Donkey e, in differita, con CSS. Qualche mese dopo anche mia nonna canticchiava Poker Face e nulla sarebbe stato uguale a prima...o anche no.
Quanto sopra per spiegare tutte le giuggiole andate in brodo quando ho saputo che i CSS sarebbero passati per Bologna; stasera all'Estragon, 15 carte. Come si fa a non amare un gruppo con un nome così, con quei suoni synth così cheap  e delle T-shirt ancora più cheap:                                             ?
Arriverò un po' impreparato all'appuntamento di stasera: ho sentito qualcosina dell'ultima uscita - La Liberaciòn (L'accento va dall'altra parte ovvero Una laurea in lingue buttata nel cesso) - soltanto dai video più o meno tarocchi di Youtube e non mi pare che Lovefoxxx & Co. possano raggiungere le vette artistiche di Meeting Paris Hilton:
I, I went to the bitch - the bitch was so hot
She came to me and said:
"Do you like the bitch, bitch?"
I said back - I wanna take you home, bitch
Cause I wanna treat you good, bitch
What do you think of it, bitch?
The bitch said yeah
(The bitch said yeah)
The bitch said yeah yeah yeah yeah yeah
The bitch said yeah
(The bitch said yeah)
The bitch said oh yeah! hell yeah! damn yeah!
Sublime.
Di sicuro stasera i piatti forti saranno paranza di neuroni e chiappe danzanti alla griglia. Nel frattempo, per ingannare l'attesa, mi faccio una torta con la ricetta della Lovefoxxx: http://www.mediafire.com/?rv7ar7ne2phnx43. La ricetta c'è davvero,  insieme a un mixtape sul tema Svarioni in cucina, come è vero - stento a crederlo - che i CSS hanno riesumato  Bobby Gillespie (ex The Jesus and the Mary Chain, ex Primal Scream). Il risultato di questa seduta spiritica finita male te lo regalano e te lo mandano per email se hai abbastanza fegato:



Qui la Lovefoxxx in tutto il suo bitch-spledore :

Let's Make Love and Listen to Death from Above. Amen.

lunedì 21 novembre 2011

The Shrine/An Argument Video

Perfetta coincidenza. Ancora con il concerto negli occhi, proprio oggi, bazzicando dalle parti di Pitchfork (questo link è inutile: ci si trova lo stesso identico post qui presente, soltanto molto meno fico...), mi imbatto nel nuovo video dei Fleet Foxes e per una volta imparo anche qualcosa di interessante dagli amici del blog più indie del web: il clip è diretto dal fratello di Robin Pecknold, Sean. Meraviglia delle meraviglie, apro il sito del buon Sean e scopro che ne ha fatti diversi di video, non solo per i FF, e che ha creato le projections (pura pigrizia mentale: sicuramente esiste una traduzione italiana consona ma oddio...non mi viene e comunque anche se mi venisse sarebbe così uncool...) per il tour della band, proprio quelle che si sono viste l'altra sera all'Estragon.


I'm not one to ever pray for mercy
Or to wish on pennies in the fountain or the shrine
But that day you know I left my money
And I thought of you only
All that copper glowing fine
Trippy Trippy...

domenica 20 novembre 2011

Fleet Foxes Live

Metti una sera invernale dove finisce la città e comincia quel mare sporco, lattiginoso e macchiato di luci che si chiama Pianura Padana. Metti un posto qualsiasi con i suoi angoli bui, la sua gente e i suoi odori. Entraci. In fondo ci sono i Fleet Foxes sul palco. E' presto. Non è l'ora per un concerto; è più l'ora per una storia della buona notte. E infatti, quando i Fleet Foxes attaccano, comincia un viaggio attraverso un mondo magico e misterioso. La loro musica è una pastorale che canta la nostaglia per una terra senza luogo (one day at Innisfree...) e senza tempo (il 2011? L'Anno Mille? La Grande Depressione?). Stai lì a guardare e a ascoltare...ssshhh...senza parlare per non rompere l'incantesimo. Quando Robin Pecknold -- solo sul palco -- presenta un pezzo nuovo -- I Let You, il pubblico spontaneamente gli dedica un'attenzione religiosa.
Semplici e potenti.
Ho aspettato fino alla fine Montezuma ma non è mai arrivata. Hanno chiuso invece con Helplessness Blues: “Someday I will be like the man on the screen”. No. Spero proprio che i Fleet Foxes non diventino mai come tanti men on the screen che si vedono in giro; sono troppo belli così.

venerdì 18 novembre 2011

Ilpostdelvenerdì: Light Asylum

Non si può conoscere il/la fine di ciò che cominciamo. Eppure non inizieremmo mai se già da sempre non avessimo all'orizzonte il/la fine di ciò che iniziamo a fare. L'inizio è sempre una frattura, la fine sempre, in una certa misura, in-finitamente irraggiungibile. 
Il postdelvenerdì è la frattura che segna l'inizio del deferimento della fine di un week-end. 
Ci si può ragionevolmente attendere alcune cose dal futuro ma ciò che veramente si aspetta è l'evento, proprio ciò che non è possibile aspettar-si. La scrittura rende possibile questa attesa perché i nomi fanno spazio a ciò che è impossibile attendere: amore, felicità, tu.
Non so cosa aspettarmi da questo week-end ma se sarà come i Light Asylum
allora sicuramente sarà dark, acido e estremamente glow-fi.


Vedi anche: 
...hanno pure un blog (fico) ovviamente molto dark, acido e glow-fi.

domenica 13 novembre 2011

Chill Them All Out: Keep Shelly in Athens


I Keep Shelly in Athens sono in giro da un paio di anni e hanno messo fuori due EP e alcuni remix. Apparentemente vengono dalla Grecia e più evidentemente sono in due. La cosa eclatante da registrare però è la mia quasi totale mancanza di attenzione per loro. Imperdonabile. Così, come contrappasso, in questi giorni sono a nastro sul lettore, sia In Love with Dusk, sia Our Own Dream, uscito un paio di mesi fa per Forest Family, molto Forest Family (Gauntlet Hair, Sleep ∞ Over, Cults). C'è del Chill Out anni Novanta nel loro dna -- Lamb, Nightmare on Wax, Boards of Canada sono i nomi che salgono per primi sulla punta della lingua -- ma con in più una vena acida e disco-malinconica che li colloca decisamente nel nostro tempo. Una spanna sopra alla marmaglia Chill Wave che circola ultimamente per originalità, concretezza e carattere, forse solo i Purity Ring, se e quando usciranno con un disco, potrebbero fargli il culo.


E allora è arrivata la domenica dopo i fasti del w-end: qualcuno ne sarà uscito col cagotto per troppe castagne e troppo vino (mai successo a San Martino? ...gente di città...), qualcuno avrà fatto casino sotto il Quirinale tutta la notte (era proprio necessario?); io personalmente ho dormito, ho mangiato e ho bloggato (e ti pare poco...). Qualunque cosa sia successo, è il momento del ripiglio sotto il piumone; spingo play, alzo un ticchio e mi godo Lazy Noon:
 
Poi guardo la copertina di Our Own Dream, chiudo gli occhi e parte il pezzo omonimo:


Proprio un bel dream...


Chi ne volesse ascoltare un'altra bellissima -- DIY -- può andare a trovare Gorilla VsBear oppure fare una capatina su Spinner per ascoltare in streaming l'intero album in anteprima.

sabato 12 novembre 2011

Ilpostdelvenerdì: Moves Like S**T!



Ecco redivivo Ilpostdelvenerdì anche se forse dovrebbe cambiare nome visto che arriva sempre il sabato. Per quanto me ne frega della puntualità dell'unica rubrica di questo blog, è lo spirito del Postdelvenerdì che conta. E infatti per questo giro Ilpostdelvenerdì ospita un pezzo – non posso credere che lo stia facendo davvero – veramente, veramente dancereccio. Non parlo di un dancereccio IDM, quel geniale patacchino musicale dietro al quale orde di nerds – eccomi, ci sono anch'io! – si sono nascosti per poter entrare in discoteca sotto copertura senza confessare a loro stessi la loro anima tamarra, ma di un dancereccio veramente, veramente, pillaro.

(pillaro: agg. qual., di basso profilo e/o di scarso spessore intellettuale e/o culturale, zoro, tamarro. Es. Lo sticker che hai attaccato sul tuo vespino è proprio pillaro. Uso giovanile, centro-centro Italia, origine incerta)

Un po' come “la pubblicità” (così la chiamavamo io e mia nonna nel centro-centro Italia, ora si chiama junk mail) del discount o del kebbabaro di quartiere che ti mettono nella noiosissima casella di posta non virtuale, ho trovato un remix – e un brivido di raccapriccio corre lungo la mia schiena al solo vedere la parola sullo schermo – di Moves Like Jagger postato niente poco di meno che da tal Hit Mechaniks  direttamente nella mia inbox di Soundcloud. Metto su il pezzo e in un attimo la mia mente si inchioda al ricordo di estati adolescenziali passate al bordo di un autoscontro. Quelle notti odoravano di talco (prodigiosi effetti speciali dei giostrai maremmani) e merda di pony. Nei miei occhi c'erano i riflessi della strobo e le tette delle tipe strette nei toppini bianchi stile Non è la Rai, nelle orecchie The Rhythm of the Night di Corona.
Come il fantasma Dickensiano di A Christmas Carol (sì, quello del cartone di Natale con Zio Paperone della Disney...perDianacacciatrice, se non bisogna sempre spingere tutto in basso...), Moves Like Jagger mi ha riportato al bordo di quella pista, di fronte al beat tamarro, alle vocine synthetizzate e a tutti gli annessi e connessi della dance più anni 90 e ho realizzato – scintillante epifania – che, al di là dell'"evoluzione” degli stili e delle tendenze, lo spirito tamarro è ancora il cuore pulsante di questa meravigliosa fanghiglia chiamata pop in cui ci muoviamo ogni giorno e soprattutto che lo stesso spirito, in fondo in fondo, è la scintilla che ancora mi fa muovere il culo all'interno di capannoni di periferia male illuminati; cambia la musica ma l'odore di talco e merda di pony lo sento ancora in fondo alla gola. E allora, Shake your asses (like Jagger):
Moves Like Jagger (Hit Mechaniks Remix) by Hitmechaniks

Il video della canzone originale non lo posto perché ancora vorrei conservare un briciolo di rispetto nei confronti di me stesso; ne offrirò invece una breve sinossi.
Si vede il dio Mick Jagger in fillmati BBC d'antan, supergnocche che ballano tipo cloni (pop-miracolo!) del dio suddetto, il tipo dei Maroon Five che sballetta seminudo con la sua solita faccia da schiaffi ma in più pieno di tatuaggi e Christina Aguilera molto gonfia. Dal video si possono facilmente desumere anche le abitudini alimentari delle 2 suddette pop stars: il primo si è mangiato tutte le anfetamine, la seconda tutto il cortisone. Da un punto di vista strettamente teologico invece Mick Jagger è e rimane un dio nonostante Moves Like Jagger.

lunedì 7 novembre 2011

Apparat Live


Non è per dovere di cronaca (quello non sono tenuto a assolverlo perché nessuno mi paga) ma perché sinceramente penso che Apparat (+ Band) se le merita 2 righe dopo il concerto di ieri.
Avevo già delirato su Sascha Ring e il suo Devil's Walk qui e ici. Le buone sensazioni che mi avevano trasmesso il disco e il cambio di pelle di Apparat – dalla consolle alla chitarra, dall'elettronica all'indie – sono state confermate in pieno dalla performance live. Apparat ha messo su una band “seria” e si sente. Grande coesione, un indie rock con un forte influsso elettronico (ma va?!) pulito, solido e originale al quale la voce di Ring aggiunge il giusto tocco di personalità e ne esalta la vena malinconica.
La cosa più bella di ieri sera: il piccolo folletto berlinese suona e si diverte e la sua serenità e positività sono contagiose. Voglio dire...se non vi è mai capitato di andare a sentire il concerto di qualcuno che magari stimate ma che suona tutto il tempo con un muso lungo come una Quaresima, si fa i cazzi suoi e non si caca di striscio il pubblico, beh bella per voi; a me è successo più di una volta ma non ieri sera. A conferma della passione che Apparat ci mette, il finale di concerto con le rese elettriche di un paio di pezzi di Walls regalate di cuore e assolutamente ben accolte.
La canzone preferita (per me): Candil De La Calle

La canzone preferita di Apparat (a sua detta): Black Water


Qui c'è una recensione (ovviamente molto meno fica della mia...scherzo Rock Shock...) del concerto di Apparat a Roma della scorsa settimana. La segnalo per le fotografie che danno un'idea dell'allestimento del palco a proposito del quale devo confessare: le romantiche lucine gialle su di me hanno avuto effetto, forse perchè mi hanno ricordato le candele dell'Unplugged dei Nirvana.
Qui c'è la recensione di Pitchfork su Devil's Walk che non condividevo quasi per nulla un mese fa e che ora, dopo il concerto, condivido ancora meno...forse dovrei smettere di leggerle...
6.6? Un po' pochino forse...
9.1 a M83? Andiamo!
...No no no, davvero, penso che Hurry Up, We're Dreaming sia fichissimo...è solo che...va beh, lasciamo stare...

domenica 6 novembre 2011

Ipotesi per un'applicazione esistenziale del concetto di apparato di cattura


Al posto di questo post doveva esserci la recensione del concerto di Apparat. Invece, proprio Apparat ha prodotto questo post.
Per tutta la giornata di ieri e per tutto il concerto non potuto resistere agli echi deleuziani del nome d'arte di Sasha Ring è ho continuato a produrre associazioni su questa singolare coincidenza. Il risultato è questo post in cui cercherò di formulare un'ipotesi strategica che serva a affrontare l'empasse personale e esistenziale descritta nel post precedente.
Un apparato di cattura esteso, capillare e ipertrofico come quello che mi sono costruito in questi ultimi anni può essere molto potente e indubbiamente garantisce sicurezza perché si rivela un efficace strumento di dominio sul deserto. Può succedere però, come ho spiegato nel post precedente, che l'apparato di cattura entri in corto circuito: il mio apparato di cattura è cresciuto a tal punto da mettere fuori uso la macchina da guerra, sia da un punto di vista fisiologico (fuor di metafora il sovrallenamento ha provocato i danni al corpo con i quali sto facendo i conti), sia da un punto di vista esistenziale. E' proprio su quest'ultimo punto che si concentra la riflessione di questo post scaturita del tutto incidentalmente dalla presenza di Apparat a Bologna.
Nel mio caso infatti l'apparato di cattura ha striato in lungo e in largo il deserto tanto che ora che provo a percorrerlo, cercando nuove vie per la macchina da guerra nomade, mi ritrovo sempre sulle stesse strade e è proprio questo che continua a causare sofferenza. Devo invece spostarmi abbandonando una volta per tutte un apparato di cattura obeso e ormai obsoleto. Secondo questa prospettiva, non è la macchina da guerra a essere sconfitta (questo fin ora pensavo  nei momenti di sconforto più profondo...a ben vedere la macchina da guerra non conosce sconfitta perché non conosce battaglie) piuttosto è l'apparato di cattura che va smantellato e rifondato. In altre parole è necessario per me articolare una nuova dialettica tra spazio liscio e spazio striato affinché la macchina da guerra possa riprendere il suo nomadismo.
Forse rileggendo questo post a distanza di tempo non sarò neanche più in grado di decifrare questa metafora, l'importante però è che l'ipotesi formulata sia chiara per me ora così da verificarla e, se si rivelerà un'ipotesi veramente produttiva, allora continuerà a avere senso – una molteplicità di sensi – anche a distanza di tempo.
(dopo il salto continua il delirio...)

mercoledì 2 novembre 2011

Del perché non scrivo il blog


chi vuole scrivere non vuole scrivere questa opera, questo romanzo, vuole scrivere in generale, che è l’esperienza la più insensata e strana, però credo anche la più profonda. [...] nel voler scrivere in realtà c’è una specie di desiderio e di esperienza della possibilità. Voler scrivere significa volersi rendere la vita possibile.
Giorgio Agamben*
* tratto da un'intervista che si può leggere qui


Aporia: tracciare la cancellazione di una traccia.
Questo blog è nato come esperienza di possibilità, la possibilità di vivere nonostante io sia rimasto improvvisamente a corto di senso o, se volete, la possibilità di un senso a partire dalla mancanza di senso.
Sono passati ormai 6 mesi da quella stramaledetta domenica in cui una scossa insopportabile dietro la gamba sinistra mi ha lasciato succube di un cane rabbioso sempre attaccato letteralmente al culo. Prima che la sciatalgia mi colpisse correvo 3 / 4 volte a settimana per un totale di 35/40 km, andavo 3 volte in piscina per un totale di circa 7000/8000 metri, in bici 3 volte per 150/200 km; il triathlon era il senso, quasi esclusivo, della mia esistenza. Di colpo tutto ciò si è dovuto fermare; da un momento all'altro tutto il senso che avevo cercato faticosamente di costruire è venuto a mancare. Sono passati 6 mesi e ancora non sono tornato, né a correre, né a salire in bici; l'unica attività – poca e intermittente – che la mia schiena mi concede è la piscina e un po' di attrezzi in palestra. Già perché, dopo un paio di mesi, proprio quando il fuoco corrosivo della sciatalgia alla gamba sinistra sembrava essersi spento (non senza avermi lasciato un deficit di forza nell'estensione delle dita del piede e piccole fiammate di parestesie allo stinco che continuano a tornare), la mia schiena è entrata in corto circuito e sembra non volersi rimettere a posto: gli episodi di lombosciatalgia continuano fino a oggi.
Non sto a dire tutte le visite, gli esami, le diagnosi, le prognosi, le terapie. Quando ti svegli e senti dieci spine infilate tra la schiena e il culo e sai che rimarranno piante lì per tutta la tua giornata lavorativa e per tutto il resto della tua giornata, che ti faranno rinunciare a quell'ora di palestra in cui speravi almeno di fare quei 10 esercizi stupidi a carico 0 e che il giorno dopo starai ancora più male, è difficile trovare un senso - una molteplicità di sensi - per quanto mi stia sforzando. Il dolore è  ciò che muove la ricerca di senso, ciò che anima il mio desiderio - scrivere, ma è anche la causa per cui non scrivo  più: la mia condizione mi impedisce di trovare un senso oltre al senso. Non trovo più senso nel cercare un senso nella musica, nei commenti a ciò che succede nel mondo, nel raccontare come passo i miei fine settimana. In giro per la rete è pieno di gente che blogga delle stesse cose e anche molto meglio di me. Il mio senso era un altro, ora non mi è dato di viverlo e, più passa il tempo, più si allontana la possibilità di tornare a viverlo. Al suo posto il dolore fisico e l'immobilità che ne deriva. Per questo non scrivo più: perché sto cercando un senso nel dolore, che press'a poco è l'unica cosa che mi è rimasta vera, viva, profonda. Ciò significa abbandonare tutte le speranze di guarire o di stare meglio. Non vuol dire che non provo di tutto per star meglio ma che devo immergermi completamente nella rassegnazione come il cavaliere di Kierkegaard. L'unica via per vedere la luce è scavare più a fondo nell'abisso. Ciò richiede una disciplina e una forza oltre ogni limite – sicuramente oltre le mie capacità. Ogni tanto forse, come ho appena fatto, tornerò a scrivere, non più per render-mi la vita possibile, ma per scavare più a fondo nell'impossibilità di vivere.
Oneohtrix Point Never - Replica by Mexican Summer

martedì 4 ottobre 2011

RoBbot Week: il gran finale



Su internet non c'è né spazio né tempo per riflettere: se succede qualcosa devi vomitarla tutta subito altrimenti a te passa la voglia di raccontarla dopo 48 ore mentre quei 4 che leggono il tuo blog si sono rotti le palle già dopo 24. Così, anziché sparare minchiate su tutta una serie di illuminazioni musicali e esistenziali della scorsa settimana come avrei voluto fare, salto subito alla fine.

Briciola 2 Gran polpetta avvelenata finale: roBOt festival 4, serata di chiusura


Il (nuovo) Link è una macchina da guerra pensata per questo genere di eventi: megacapannone, un unico ambiente e un unico bar che si trasforma ben presto in un tritacarne (sì, c'è anche una specie di soppalco ma non è sfruttato per un cazzo e dopo una certa diventa un luogo triste triste per chi gli scappa da limonare duro o da dormire, per non dire altro). Sabato scorso l'hangar era pieno neanche dovesse arrivare l'Anticristo in persona e nel complesso direi che si respirava una delirante quanto gioiosa atmosfera: tutti mediamente fuori come culi, tutti presi mediamente bene, senza marcioni che nella propria fattanza sentissero il bisogno irrefrenabile di rompere i coglioni al prossimo travasando sull'altro la propria negatività traboccante...non capita spesso...quindi gran seratone, niente da dire tranne...tranne la musica ma questa è un'opinione personale e credo assolutamente minoritaria tra gli avventori della serata di sabato.
Ora, non vorrei passare per quello che sputa nel piatto dove sballa e se vi chiedete chi era quel deficiente esaltato attaccato alla transenna sotto il palco...beh smettete di chiedervelo, tanto c'eravamo tutti e tutte sotto quella consolle. Non posso però fare a meno di denunciare, ex post, una certa povertà di concetti e una certa freddezza nella tech-house da superclub. Certo che già lo sapevo. Sabato però ne ho avuto la conferma lampante.
La storia è questa: chi come il sottoscritto ha gettato alle ortiche tutti, o quasi, i voucher formativi che la vita offre spendendoli in party illegali si ritrova in una serata come quella di sabato a provare un certo imbarazzo. La prima cosa che fai è fiondarti a cercare invano un cassone al quale aggrapparti invece...prodigio: la musica c'è ma non si vede! Cerchi di riprenderti dalla figura di merda che hai fatto con te stesso (e non solo) e provi a essere cool ma ben presto ti rendi conto che quel basso tondo tondo – obeso – non è proprio la pappa alla quale sei stato abituato. Intendiamoci, non sono troppo schizzinoso: bastano un paio di consumazioni per farmi andare giù anche la Macarena (c'era proprio bisogno di questo link?) se ho intenzione di divertirmi. Così mi ritrovo ben presto a dimenarmi neanche fossi il capro sacro a Dioniso al cospetto di mostri ancora più sacri della techno, gente che fino a ieri – ma anche oggi – per me potrebbero essere i cugini bastardi di tua zia. Da Seth Troxler, almeno all'inizio del set, ho sentito un paio di passaggi un po' più breakkati e un po' di glitch qua e là ma per il resto la ricetta è sempre quella – semplice ma efficace – da 30 anni a questa parte, da Detroit a Berlino passando per Ibiza: accompagnare l'ascoltatore in alto lungo vortici di suoni psichedelici più o meno vertiginosi per poi lanciarlo nel vuoto del bassone obeso e tamarro testé menzionato. Boom boom boom, tutti contenti fino all'alba in compagnia di quel mattacchione di Tobi Neumann.
Quando esco alle 7 di mattina non sono affatto sicuro di sapere su quale pianeta mi trovo. Mi guardo intorno e vedo pupille ancora grandi come quelle degli alieni  di Area 51 (il primo link dovrebbe far ridere, il secondo è per fare  pari con quello della Macarena...Oh no! Di nuovo!) allora mi ricordo perché preferivo i party dove potevi fare il cazzo che ti pareva fino alle 4 del pomeriggio e avere tutto il tempo per riacchiapparti. Non mi resta che tornare a casa a piedi accarezzato dal sole e dall'aria frizzantina del Pilastro: Exit Planet Dust (questo invece è solo nostalgia gratuita).

domenica 2 ottobre 2011

RobBot Week

Post multiplo e riassuntivo della settimana che si è appena chiusa in tutta la sua gloria robotica. La doppia b nel titolo cristallizza l'abbondanza di robbe da  bloggare a cominciare dai tentativi più o meno riusciti di intossicazione alcolica e quelli riuscitissimi di perdita di sonno, forma fisica, dignità e credibilità agli occhi di amici, parenti + o – stretti, la società in generale. Ma tutto questo è la norma in una settimana del genere e quindi mi concentrerò sulle briciole che ho raccolto in questi giorni lungo la via della ricerca del non-senso dell'esistenza nella vana speranza di placare una fame inesauribile di significato...e con questo il metaforone gratuito da 3 quintali l'abbiamo sganciato. L'altra cosa da scaricare immediamante in queste prime righe è la coscienza sporca per non essere stato a vedere SBTRKT ieri sera a Palazzo Re Enzo  e così anche il breve e triste capitolo su ciò che non ho fatto ma che avrei voluto tanto fare si chiude.


Briciola 1: Elektronische Staubband

Il festival si è aperto in grande stile mercoledì sera al comunale. Fa sempre un certo effetto assistere a un evento di musica del terzo millennio in una cornice concepita per spettacoli e musica di 200 anni fa. Ci si sente fuori tempo e fuori luogo come un cappellaio matto; è come contemplare Armageddon da una collina e dirsi tra sé e sé «Merda! È la fine del mondo, siamo fottuti!» e provare però un inspiegabile, insano e diabolico senso di appagamento personale.
Yann Tiersen e il gioioso baraccone analogico dell'Elektronische Staubband hanno piacevolmente solleticato i miei neuroni all'ascolto, soprattutto per la prima mezz'ora grazie ai toni electropop e kraut à la Kraftwerk. La performance ha poi virato, più scontatamente, verso acque minimal e ambient. I passaggi con le vocine modulate stile James Blake hanno fatto la loro porca figura, la camiciola grunge e i capelli sudici del Sig. Tiersen un po' meno.
 
Dopo il teatro (wow! Fa molto highbrow!) ho chiuso la serata al Bartleby (molto lowbrow e agit-prop!), un ameno luogo di ritrovo – pardon, aggregazione sociale – di cui forse parlerò nel prossimo post. Basterà dire per ora che in questa circostanza ho sferrato un primo duro colpo al mio senso di responsabilità intrattenendomi fino alle 2 di notte in un infrasettimanale con ripercussioni disastrose sulla mia produttività impiegatizia.